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Il Mistero Della Casa Sulla Collina

House On Haunted Hill - 1h 32'

Regia: William Malone



Per alcuni cinefili accaniti, gli anni Cinquanta americani hanno dato al mondo ben altro che Elvis e Chuck Berry: quello è il decennio dell'horror, dei filmacci a basso costo coi mostri e le case stregate girati da registi come William Castle o Ed Wood. E se la nostra classe politica (a sentire Moretti) si è formata sulla visione pomeridiana di Happy Days, gli alfieri della Nuova Hollywood hanno pure i loro bei balocchi adorati: John Carpenter ha rifatto La Cosa Da Un Altro Mondo, Il Villaggio Dei Dannati e L'Uomo Invisibile, ed ora due fans altrettanto "particolari" come Joel Silver (produttore di The Matrix) e Robert Zemeckis (regista di Forrest Gump e Ritorno Al Futuro) mettono le mani su La Casa Dei Fantasmi, cult firmato proprio da Castle nel 1959. Nel ruolo che fu di Vincent Price troviamo Geoffrey Rush, attratto (oltre da una paga presumibilmente buona) dal personaggio luciferino di un eccentrico miliardario; la moglie annoiata, per il cui compleanno si mette in piedi la macabra festa nella casa sulla collina, è la Bond-girl Famke Janssen. L'intreccio è classico, e vede il consueto gruppo ben assortito alle prese con una notte di terrore da trascorrere all'interno di una struttura labirintica, senza possibilità di fuga; diversamente da Haunting-Presenze, ove il pretesto narrativo nasceva già con implicazioni metatestuali (gli esperimenti dello psichiatra Neeson sulle reazioni emotive come metafora del meccanismo di partecipazione dello spettatore alla finzione), ne Il Mistero Della Casa Sulla Collina si predilige l'oscillazione fra il ludico e il raccapricciante.

L'idea di una casa "pensante" (pensieri di morte, ovviamente) è il fulcro intorno al quale si organizzano i differimenti e le simulazioni del racconto, senza che la tensione si accordi completamente agli standard di questo genere cinematografico. I richiami all'atto del filmare si moltiplicano (uno dei personaggi imbraccia l'ultimo modello Sharp di videocamera), e la riflessione sull'immagine riprende i frammenti-chiave del cinema americano più recente; se in Fight Club le telecamere a circuito chiuso rivelavano allo spettatore lo statuto di irrealtà del personaggio di Brad Pitt, proiezione mentale dello schizofrenico Edward Norton, qui il display a cristalli liquidi della videocamera riproduce, inversamente, quello che gli occhi non vedono: un passato di sofferenze indicibili, che riappare con l'evidenza del presente solo per il tramite dell'occhio meccanico. Nel giochino metalinguistico di Zemeckis e Silver non manca Shining, citato nelle riprese grandangolari e in un paio di rapidissimi flash, soggettive interiori del personaggio di Rush sottoposto alla crudeltà della camera di saturazione (tortura-cinema? la cura Ludovico di Arancia Meccanica?).

Il risultato è un puzzle diseguale tenuto insieme dalla tecnologia; il mostro è il Pixel, l'unità discreta dell'arte digitale, ed anima le visioni dei personaggi come in un orrorifico videogame: nell'opzione formale di questo remake non sopravvive nulla dell'ingenuità originale, mentre si impone l'immaginario della Play Station e del cinema dinamico, quello che si vede nei parchi tematici come EuroDisney, e qui davvero il medium esaurisce il messaggio; ben altre le visioni che un nostalgico "del futuro" come Tim Burton riesce a creare piegando al proprio volere (e al proprio immaginario) gli strumenti della sintesi digitale.

© 2000 reVision, Luca Bandirali





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