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L'Ultima Missione

MR 73 - 2h 05'

Regia: Olivier Marchal



Con Olivier Marchal, ex poliziotto della mitica brigata di Parigi passato in seguito dietro la macchina da presa, il made in France ha recuperato il gusto e la grinta di uno dei suoi generi primari, il polar (variante d'oltralpe del noir americano). Già nel suo energico esordio con Gangsters e poi col riuscito, cupissimo e denso 36 Quai des Orfèvres (ben ritmata rilettura di prototipi classici, magistralmente interpretato da Daniel Auteuil e Gérard Depardieu, premiato dal pubblico al Courmayer Noir in Festival del 2004), il nostro ha dimostrato piglio sicuro e conoscenza sopraffina dei codificati paradigmi di una solida tradizione che ha regalato alla letteratura e al cinema indimenticabili capolavori, raccontando il realistico confronto fra le ragioni del Bene e del Male sciolte nelle sulfuree atmosfere delle architetture metropolitane, zone franche delle periferie dell'anima.
Ed ecco questo suo nuovo MR 73 (pessimamente tradotto in Italia con un titolo degno di Steven Seagal, L’Ultima Missione), riferimento all'allusiva sigla di una pistola a sei colpi in dotazione alla polizia francese negli anni Settanta. Lo scenario parigino delle precedenti ambientazioni lascia qui il posto alla ruvida cupezza di una Marsiglia piovosa e decadente, adatta ad evocare la spettrale geometria di un’inquietudine profonda, quella che sembra aver definitivamente conquistato i protagonisti di una vicenda estrema raccontata con lo sguardo rivolto ad Ellroy e a Jean-Pierre Melville, giganteschi riferimenti del neo-noir che fu, che è e che sarà.

Marchal regala al suo attore feticcio, lo straordinario Auteuil, il ruolo sgradevolmente intenso del protagonista Louis Schneider, poliziotto alcolizzato (almeno quanto lo era Yves Montand ne I Senza Nome di Melville) e maudit annorbato dal dolore per un dramma familiare (moglie paralizzata e figlia deceduta a causa di un incidente stradale) che, all'inizio, vediamo ubriaco intento a dirottare, pistola alla mano, un autobus verso la via di casa. Quest’ennesimo colpo di testa gli costa la retrocessione al turno di notte da parte dei superiori del Servizio regionale di polizia giudiziaria (l'SRPJ) e la cautelativa sottrazione dell'arma d'ordinanza. Naturalmente un non comune fiuto conduce l'antieroe sulle tracce di un serial killer che uccide giovani donne (fin lì ben cinque e tutte fornite di un casalingo cane di compagnia). Si comprende presto che l'indagine è destinata a dare motivazione e senso all'esistenza tragicamente incerta del povero Louis. Nella vicenda irrompe il personaggio di Justine (Olivia Bonamy), disillusa fanciulla segnata dall'orribile trauma infantile dei genitori brutalmente trucidati da Charles Subra (Philippe Nahon) il quale, ormai galeotto sessantanovenne e apparentemente redento, chiede e ottiene un condono per buona condotta.
Senza svelare ulteriormente il fascinoso intrigo, diciamo solamente che i sentieri delle tormentate esistenze di Louis e della fragile Justine, che aspetta un figlio continuando a non darsi pace per l'atroce suo passato, s'incrociano emblematicamente. Lui la protegge mentre le sue buone intuizioni di detective provetto cozzano con la corruzione strisciante di superiori come Kovalski (Francis Renaud) che ha intrecciato una pericolosa relazione con Marie Angéli (Catherine Marchal), altra caporiona della polizia giudiziaria che protegge disinteressatamente Louis mentre si ritrova quasi intrappolata nel suo legame amoroso.

Il passato che irrompe nel presente tormentato d'identità in bilico alla ricerca di una redenzione forse impossibile: su questo crogiuolo di tensioni contrastanti incombono le tenebre minacciose di una Marsiglia inquieta e sgranata, fotografata con determinazione visionaria da Denis Rouden. Dirigendo le degradate simmetrie del suo polar, Marchal lascia affiorare, qua e là, una necessaria pietas di rito, soprattutto quando delinea le scansioni del rapporto tra i due protagonisti, il paterno ruolo che Louis si carica nei confronti di Justine, difendendola dall'antico assassino ormai in libertà. I flashback in bianco e nero sui dolorosi antefatti alimentano il côté melodrammatico di un film compatto ed evocativo, dove si stagliano allusioni simboliche (come quelle del crocifisso che, verso il finale, si macchia di sangue) ed evidenze metaforiche (il montaggio parallelo che lega la nascita del figlio di Justine ad una catena di morti inanellata con ricercato disincanto). La visione d'abisso del regista comprende una feroce disanima sullo stato delle cose in un universo orrendo dove nemmeno i cadaveri nella morgue sembrano trovare pace: indagini occultate, giustizia vendicativa, scarcerazioni frettolose, qualità umana spesso prossima allo zero.
L’Ultima Missione indica la deriva infernale di una società senza regole, dove è difficile dar senso e misura alle angosce come ad ogni aspirazione votata al bene comune ed alla legalità: un teso ed avvincente viaggio nel dolore dove a soffrire sono gli esseri umani ed anche le bestie (il gatto di Louis, come il cane di una delle giovani assassinate). Alla regia intelligentemente ellittica fanno da sostegno le tonalità screziate della drammatica tessitura musicale di Bruno Coulais. Come in un vero noir, ci ritroviamo così a seguire le tracce di un percorso esistenziale segnato da delitti palesi ed occulti, dove trova spazio la gentilezza del tocco di un’ironia appena appena stemperata: il poliziotto, alla ricerca di un punto di fuga dal proprio cul de sac, trova il tempo di consegnare proprio il cagnolino, sopravvissuto alla furia omicida, al proprietario di un locale, invitandolo a trattare bene la bestia che ha avuto un'infanzia tanto infelice. Tocco alla Raymond Chandler, alla Marlowe che è il cavaliere di un regno oscuro dove si narra la storia di sempre: quella del conflitto etico di cui è impossibile (da sempre, forse) definire i contorni.

© 2008 reVision, Francesco Puma