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La Misma Luna1h 50'
Regia: Patricia Riggen La cabina telefonica può essere ancora un luogo dell’anima. Il luogo dove si colma la distanza tra un figlio e
una madre, in un colloquio stringente che ci rende partecipi del desiderio di una rinnovata unione, capace di sconfiggere le
avversità di un destino ciecamente implacabile. Questo squarcio esistenziale che ci parla della fede in una qualità alta
dell’amore umano è l’immagine emblematica che racchiude il senso di questo bel film indipendente, La Misma Luna, diretto
da una regista messicana al suo debutto, Patricia Riggen. Il titolo (da tradurre come La stessa luna) serve a indicare
la zona in cui la madre chiama per parlare al figlio. L’apparizione maestosa del volto lunare è, nel film, un simbolo ricorrente
che indica lo spazio/tempo della separazione tra i due congiunti costretti a vivere in due Stati diversi, lo specchio su cui
si possono riflettersi le loro aspirazioni di riscatto. Rosario è una giovane donna messicana (interpretata da Kate del Castillo
nota soprattutto in patria come attrice di soap-opera e vista a fianco di Jennifer Lopez nel pessimo Bordertown) che
lavora come domestica in California dove è entrata illegalmente quattro anni prima, mandando il guadagno in patria, dove è
rimasto, accanto alla nonna, il suo piccolo Carlitos (interpretato dal dolce Adrian Alonso, da noi già notato nel ruolo del
figlio di Antonio Banderas ne La Leggenda di Zorro) che la donna raggiunge telefonicamente nel giorno del suo nono
compleanno. Ma poi la nonna muore e all’intraprendente bambino non resta che mettersi in viaggio verso la madre, a Los Angeles,
portandosi dietro i pochi soldi raggranellati. Unico indizio della rotta è l’incrocio stradale da dove la madre l’ha sempre
chiamato dalla cabina, mentre la memoria delle conversazioni serve a ricostruire l’ubicazione di luoghi individuali solamente
attraverso il loro nome. Per il fanciullo è sufficiente una settimana per compiere il viaggio della speranza, nascosto dentro
il sedile posteriore della macchina di Marta (America Ferrera, attrice diventata popolare in tv per la serie "Ugly Betty").
Al confine messicano la polizia perquisisce l’auto (una sequenza costruita mantenendo alta la tensione) e quando ogni pericolo
sembra scongiurato, sopravviene il sequestro in un parcheggio isolato. A Carlitos non resta che fuggire dalla nuova prigione
perdendo però la piccola somma che si era portata appresso. Tra derive picaresche e sottolineature dickensiane, la peregrinazione
dell’adolescente prosegue nel disagio di un’indigenza coatta: alla stazione non gli viene fatto il biglietto per prendere la
corriera perché ritenuto minorenne e nei bagni della stessa s’imbatte in un ambiguo tossicodipendente che tenta di venderlo
come mercanzia mentre provvidenziale risulta l’incontro con una donna messicana capace di tirarlo fuori dai guai, ospitandolo
in famiglia. E’ con questo gruppo che Carlitos inizia a lavorare in una serra, messo in fuga insieme agli altri da un’improvvisa
retata. E’ l’occasione che gli fa conoscere Enrique (Eugenio Derbez, interprete comico che qui esibisce inedite corde drammatiche),
un immigrato clandestino come lui. Nonostante l’iniziale diffidenza da parte dell’uomo nei confronti del piccolo, i due proseguono
il viaggio insieme, trovano lavoro come cuochi, dividono la stessa stanza e fortificano una solida amicizia basata sulla solidarietà
reciproca. Sarà proprio Enrique ad aiutare Carlitos a rintracciare la strada da dove la madre suole chiamarlo. Il film segue
le vicende della donna e del ragazzo: i due sono legati solamente per via telefonica e soltanto nel finale, arrivati alla meta,
i loro sguardi s’incrociano mentre rimangono separati, nel lato di una strada, da un semaforo.
La Misma Luna è un melodramma struggente che affronta il delicato tema dell’immigrazione senza indugiare sulla
polemica sociale. L’unico affondo viene mediato dalla voce di uno speaker radiofonico che ironizza sulla decisione presa dal
governatore della California, Schwarzenegger, che ha tentato di contenere il fenomeno dell’immigrazione alla frontiera vietando
l’uso dei camion ai messicani anche se in regola con i documenti. All’inizio, poche e significative inquadrature documentano
la fuga notturna della madre per attraversare clandestinamente il confine, immagini che tornano nella memoria della donna in
forma di flashback. Emblematica risulta la scelta narrativa di non mostrare il ricongiungimento fisico di madre e figlio,
limitandosi ad annunciarlo nel finale: la regista Riggen ci ha voluto raccontare il trauma di una separazione imposta e innaturale,
simbolo del vuoto coatto vissuto da famiglie disgregate e separate da leggi ingiuste e discriminatorie. Si tratta di un road-movie
esistenziale che, alla maniera di certi made in Usa degli anni Settanta, prova a rendere emblematica una vicenda privata enucleando
le differenze che ancora dividono, per classi, la società americana, e questo attraverso dettagli narrativi spesso struggenti
(vediamo Rosario, già pronta per le nozze, indossare l’abito bianco e poi rinunciare al rito pensando al figlio lontano).
Affrontando con coraggio alcuni passaggi lirici (la madre che, nel suo letto guarda la luna che le evoca l’immagine del figlio),
la Riggen riesce a contenere con sobrietà e vigore ogni tentazione retorica, favorita dalla toccante colonna sonora di Carlo
Siliotto. E’ davvero un affronto al buon senso aver gettato un film come questo nell’agone di un mercato estivo per il quale
non è prevista alcuna promozione. Nonostante sia passato dal Sundance al Festival Internazionale di Miami, raccogliendo consensi
di pubblico (con standing ovation in sala), e sia stato presentato al Festival di Roma nella sezione "Alice nelle città", a
La Misma Luna, piccolo e meritorio esemplare indipendente di una cinematografia in ascesa, è riservato in Italia un
destino fantasmatico. E anche questo è un danno culturale.
© 2009 reVision, Francesco Puma |
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