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Mi Piace Lavorare

1h 29'

Regia: Francesca Comencini



“Ho sentito parlare di mobbing vedendo un film su quest’argomento, sulla rete televisiva francese Arte. Ciò che mi colpisce nel mobbing è che per motivi che rispondono a logiche economiche e di mercato, si entra nel più intimo di una persona, ci si insinua nella sua psiche, si rompono i suoi equilibri.” (Francesca Comencini, pressbook BIM), per cui la Comencini si rivolge allo sportello anti-Mobbing di Roma della CGIL per avere ulteriori informazioni. Ma quando una nota regista, soprattutto se attenta alla situazione politico-sociale del paese, si rivolge ad un sindacato impegnato anche nella divulgazione di un fenomeno in crescita esponenziale, quel sindacato cerca di non farsi sfuggire l’occasione. Da documentario interno alla CGIL, il progetto cresce con l’incontro tra la regista e le vittime di mobbing, incontri che smuovono alfine l’esigenza di aprirsi al pubblico, a chi non sa, a chi crede di non sapere, a chi potrebbe avere bisogno di sapere. Francesca Comencini chiama Luca Bigazzi (già alla fotografia di Carlo Giuliani, Ragazzo), telefona a Nicoletta Braschi, coinvolge sua sorella e sua figlia; l’Acea offre i suoi spazi, la CGIL chiama a raccolta lavoratori e sindacalisti. Un gran numero di risorse e persone che partecipano senza retribuzione. Questo è un film fatto non per soldi e i soldi sono pochi (300.000 euro, grazie alla co produzione tra Bianca Film, Rai Cinema e Bim Distribuzione).

Mi Piace Lavorare è un film a carattere divulgativo, per cui è giusto chiarire di cosa stiamo parlando. “La parola mobbing deriva dal verbo inglese to mob. Questo verbo trae origine da una espressione latina: mobile vulgus cioè gentaglia, gruppi di persone meritevoli di disprezzo.” (da “Il lavoro molesto” di Daniele Ranieri, ed. Ediesse 2003). Il mobbing, in parole povere, è un insieme di atti finalizzati a usare violenza psicologica sui lavoratori, violenza che si perpetua nel tempo fino a portare la vittima a considerare se stesso la causa delle vessazioni subite, per poi rendersi conto, per chi se ne rende conto, di aver subito pressioni allo scopo di dimettersi, dando occasione al datore di lavoro di aggirare gli ostacoli al licenziamento senza giusta causa (art. 18, Statuto dei Lavoratori). Ergo, il mobbing si compie prevalentemente nelle aziende con più di 15 lavoratori. Ma il mobbing non è solo un abuso di potere, è causa di gravi danni alla salute non solo psichica delle vittime, peraltro in maggioranza donne (ree di partorire e allattare, di dover magari mandare avanti una famiglia da sole, ecc.).
Questo in sintesi il tema che il film in questione tenta, riuscendoci, di raccontare attraverso la storia di Anna, impiegata da decenni in una grande azienda, la quale a seguito di una fusione opera attraverso nuovi dirigenti dei cambiamenti. All’improvviso Anna, donna sola con figlia e padre malato, comincia ad essere isolata dai colleghi, a mangiare da sola in mensa, a subire uno spostamento di competenze senza un apparente motivazione logica. Lei conosce molto bene il suo mestiere, è brava, le piace lavorare. Sempre più isolata, Anna si trova a svolgere lavori creati ad hoc per escluderla, privandola di un ufficio e costringendola ad elemosinare una postazione pc, fino a quando l’intenzione di metterla contro i colleghi non si manifesta in una ulteriore “mansione di fiducia”, andare in magazzino per osservare il lavoro degli operai al fine di ottimizzare i tempi di scarico e carico merci. E’ il punto di rottura di una psiche già duramente provata. La classica contrapposizione, peraltro attuata per non far solidarizzare i dipendenti, tra operaio e impiegato esplode nell’individuazione in Anna di una spia del datore di lavoro. Giunta ad uno stato elevato di stress e alla conseguente settimana di riposo, Anna non ha più energie, apatica nei confronti di tutto e tutti, anche dell’amata figlia Morgana (una tenera e perfetta Camille Dugay Comencini) che ora, ribaltando la situazione, si occupa di lei. Anna, ormai minata anche nella vita privata, decide di rivolgersi al sindacato.

Mi Piace Lavorare è un film giustamente didascalico, e non poteva svilupparsi altrimenti una storia esemplare, summa di tante vicende reali, in cui ogni passo verso il tentativo di annientamento di una persona crea un percorso angoscioso, claustrofobico, raggiungendo l’apice dopo una serie infinita di vessazioni che dapprima implodono per poi esplodere trovando nella solidarietà il solo aiuto possibile. Un film didascalico, come dicevo, mai scevro dell’elemento umano, della compartecipazione emotiva divenuta alfine palpabile, un incubo in cui chiunque può cadere – ed Anna è una donna che ha come unico scopo la sua piccola famiglia, attenta a non farsi identificare come possibile elemento fastidioso per l’azienda, tanto da ricevere con paura il modulo per la sottoscrizione del mantenimento dell’art. 18 (ogni riferimento non è puramente casuale) lasciandolo sul tavolo senza nemmeno leggerlo.
Mi Piace Lavorare, un film non di propaganda, certamente di parte - quella del lavoratore dipendente -, sicuramente attento all’etica, al valore del rispetto dell’uomo sull’uomo, a mantenere un equilibrio forte tra l’ottima interpretazione di un’attrice e quella spesso incerta dei non attori, ma anche ad un contesto sociale dove il “diverso” – i migranti africani del negozio di alimentari di una multietnica piazza Vittorio – divengono per l’ormai “diversa” Anna visibili, parte di un tutto che chiede solo di essere vissuto con attenzione e solidarietà. Qui niente è lasciato al caso, nemmeno un futuro migliore in una terra composta da culture diverse, futuro incarnato dalla piccola Morgana, totalmente a suo agio tra la gente, matura come alcuni adulti non sanno essere.

© 2004 reVision, Emanuela Liverani