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Mine Vaganti1h 53'
Regia: Ferzan Özpetek La grandezza di Cechov commediografo è stata quella di far esprimere ai suoi personaggi
il pianto e il riso insieme. Pianto e riso, quando si sovrappongono confondendosi, rappresentano al meglio l’ambivalenza profondamente
inquieta dei moti umani. Si può gioire tra le lacrime ogni volta che la vita prospetta sorprese, ad ogni giro di boa in grado
di predisporre epifanie emotive e sconvolgenti: in quel caso la percezione delle cose si fa opaca e le pulsioni prevalgono.
Come quelli di Cechov, anche i personaggi di Ferzan Özpetek si abbandonano a un flusso contrastante di sentimenti estremi e
mai definitivi. Il cineasta italo–turco affronta con coraggio il panico quotidiano che permea le ore e i giorni dei protagonisti
delle sue storie comuni, in balia delle piccole rivoluzioni che mutano ideologie e costumi nell’attuale Italia dissestata. Lo
fa con generosità e passione, spesso eccedendo nei toni, sempre attento a recuperare l’intensità narrativa che appartiene agli
antichi filoni della storia dei generi cinematografici. Quando centra il bersaglio, Özpetek riesce a regalarci suggestivi spaccati
di realtà trasfigurata in forma dialettica, aperta e coinvolgente: piccoli ritratti d’ambienti e figure che evocano l’allarme
invece di quietarlo. E’ ciò che accade in questo suo ultimo Mine Vaganti dove fluide e avvolgenti carrellate finiscono
per stringere il campo sui confini visibili (e raccontabili) di segreti turbamenti emotivi, evocati però con leggerezza e in
forma di commedia acida animata spesso dall’irruzione musicale del motivetto di una canzone retrò, con euforica malinconia.
C’è chi rimane prigioniero della memoria, abbarbicato sulla roccia di principi morali utilizzati come corazza ideologica a
scacciare afflati e desideri, ma c’è pure chi trasforma il ricordo in anelito, ostinandosi a dare senso concreto al proprio
vivere. Ed ecco, in un momento topico del film, padre e figlio a confronto seduti a un tavolo di bar nella piazza di Lecce: è
sufficiente ordinare una bottiglia di champagne per celebrare una ritrovata possibilità di dialogo a generare in Ennio Fantastichini
(nel ruolo del padre) una risata in grado prima di contagiare gli astanti e poi si trasformarsi, alla vista di quella reazione,
in pianto irrefrenabile.Siamo nel cuore di quella provincia del Sud ritratta anche da Pietro Germi, dove tutti vedono, pochi comprendono e l’ipocrisia domina incontrastata. Nel far lievitare queste ambigue atmosfere che sostengono la sua storia semplice, il regista è sorretto dalla complicità, in sede di sceneggiatura (che porta anche la sua firma), dello scrittore Ivan Cotroneo, facendo così dimenticare l’incidente del precedente (ed assai disequilibrato) Un Giorno Perfetto nel quale per l’unica volta aveva utilizzato la matrice letteraria del romanzo di Melania Mazzucco. Alla cupezza enfatica del mélo profuso (qui evocato solamente, e con più gentilezza di tocco, nel flashback ad apertura e chiusura), stavolta Özpetek preferisce un più struggente e implicitamente ironico ricorso all’agrodolce avvicendarsi di tumulti psicologici e conseguenze del caso, giocando come in un romanzo di Mario Soldati sulla fatuità stessa della condizione esistenziale, continuamente corteggiata dalla morte che aleggia sempre come monito del vivere. E’ una cena fatidica ad aprire il balletto emotivo della famiglia Cantone, rinomata come sigla di ditta di un pastificio leccese.
A sconvolgere il capofamiglia Vincenzo incarnato da Fantastichini è l’iniziativa del figlio maggiore Antonio (Alessandro Preziosi)
di bruciare sul tempo il fratello più giovane, Tommaso (Riccardo Scamarcio), facendo outing, naturalmente con scandalo. L’infarto
del padre, conseguente alla rivelazione, costringe il ragazzo a rimandare ogni tentazione di rivelare a sua volta le proprie
pulsioni omosessuali e a prendere le redini dell’impresa familiare dopo che Antonio, da diseredato, è costretto ad andare via
di casa. Fatale sarebbe un altro colpo all’orgoglio del padre, maschilista del sud con tanto di amante mentre irrompe, inaspettata,
l’imprenditrice Alba (Nicole Grimaudo), amica d’infanzia e figlia del socio dell’azienda, bella e infelice, spericolata guidatrice
di auto sportive, con la quale Tommaso intreccia un colloquio speciale, una volta costretto a un ruolo nel pastificio, che potrebbe
sfociare in una liaison (lei se ne innamora) ma che si ferma a un gioco di sguardi sulle note di "Pensiero stupendo" e a un
fugace bacio sulla bocca da parte di lui (e qui ritorna il tema dell’amore impossibile già affrontato ne Le Fate Ignoranti
e La Finestra di Fronte, metafora di lacerazioni malinconiche presenti nelle relazioni umane, oggi come sempre). Ma la
famiglia Cantone, variegata come quella di certe commedie alla Monicelli, ha altre figure rappresentative: c’è la madre Stefania
(Lunetta Savino), evanescente e frustrata, ancorata a un perbenismo che non le impedisce, però, di percepire una sottile,
incontenibile disperazione. E c’è la zia Luciana di Elena Sofia Ricci, eccentrica quanto miope (e almodóvariana) zitella in
calore che lascia aperta la porta della propria camera da letto, invocando i ladri che teme, attendendoli in giarrettiera. E
c’è pure Elena (Bianca Nappi), l’unica figlia della famiglia che vorrebbe sfuggire al proprio destino di casalinga. Personaggio
memorabile è quello della nonna anticonformista (un’affilata e ancora fascinosa Ilaria Occhini, intensa quanto lo è stata nella
sua interpretazione, premiata a Locarno due anni orsono, per Mar Nero), aggrappata al rimpianto per il rapporto mancato
col cognato, vissuto in adolescenza (da giovane il suo ruolo è affidato a Carolina Crescentini). In questo funambolico rimando
ad incastro di sentimenti circolari e ancora vibranti (che arrivano a rispecchiarsi anche al di fuori dei confini familiari,
attraverso la figura dell’inquieta Alba) non manca l’allusione alla ritualità (molto bergmaniana) del convivio gastronomico
(è il cibo a indicare l’influenza irresistibile della tradizione) così come all’ansia liberatoria dell’autoconsapevolezza gay
incarnata dal gruppo di amici di Tommaso che esibiscono corpi e ugole, fungendo da mine vaganti nei confronti della famiglia
Cantone (irresistibile il balletto in stile anni ’80, con la stessa malinconia di Che Mi Dici di Willy?, sulle note della
ballabile "Sorry, I’m A Lady" dei Baccara).
Lo scenario che dà volume e rilievo alla vicenda è l’onirica Lecce, città elettiva di Carmelo Bene, detentrice dell’ambiguo e
decadente orgoglio del Salento magico e ideale ventre di tormenti irrisolti. E’ qui che i personaggi possono acquistare peso:
la compostezza tiepida del disinvolto Antonio a cui Preziosi conferisce carisma e autorevolezza come protagonista della scelta
di uno svelamento necessario; la ben vibrata irrisolutezza del Tommaso dell’efficace Scamarcio, figliol prodigo indotto a rinunciare,
in nome del dovere familiare e dell’affetto per il fratello, non solo allo sfogo della propria tendenza omosessuale alimentata
durante il suo soggiorno a Roma (dove si è laureato in lettere trovando conforto in un partner amoroso) ma anche alle proprie
aspirazioni da scrittore (un suo romanzo attende la sospirata risposta da un editore); la cupezza isterica del padre di famiglia
giocato dal bravissimo Fantastichini con controllato afflato, la malinconia della moglie succube resa con sagacia dalla Savino
e la sensualità struggente del personaggio della Grimaudo.La forza del film risiede tutta nell’elegante tratteggio di queste identità, nella decifrazione dei rispettivi ruoli e nell’abbandono di ogni teorema ideologico a favore di un variegato svolgimento da romanzo minimalista dalle venature ironiche. Özpetek, rinunciando al partito preso di un formalismo psicologico evanescente e intellettualistico, acquista lo spessore di un narratore di emozioni, efficace e puntuto. Il tutto è commentato e sorretto dalla vibrante colonna sonora di Pasquale Catalano (già collaboratore di Pappi Corsicato, Paolo Sorrentino e Antonio Capuano) che si avvale di brani rivelatori degli stati d’animo dei personaggi, come la gettonata "50mila" di Nina Zilli che ad un certo punto Scamarcio canticchia di fronte ad uno specchio e come quella che esalta la voce sensuale di Sezen Aksu (già utilizzata dal regista) o come quella della sempiterna Patty Pravo che regala al film il toccante inedito di "Sogno". Un corollario che dà ulteriore rilievo a un film riuscito che conferma il talento autorale dell’Özpetek che più amiamo. © 2010 reVision, Francesco Puma |
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