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Mimic

1h 45'



La fine del secolo, con il revival di SF degli anni cinquanta, ci sta offrendo una serie di film ispirati all’angoscia dell’aggressione alla razza umana. Che siano alieni provenienti dalle più remote galassie, come quelli di Independence Day o le formiche giganti di Starship Troopers o il risultato di sbagliati esperimenti genetici, le insidie per l’umanità sono dietro ogni angolo. Si capisce, dunque, che una metropoli come New York, che di angoli bui e invisibili ne possiede a migliaia, possa nascondere nelle sue viscere e in particolare nel labirinto della metropolitana, gli scarafaggi assassini di del Toro.

Dopo l’ossessione per l’antiquario vampiro di Cronos, il regista messicano debutta in terra americana con una storia per molti versi prevedibile. Nel prologo i protagonisti sembrano aver risolto il problema: la diffusione di una terribile malattia contagiata dagli scarafaggi che attacca i bambini è bloccata grazie alle tecniche di manipolazione genetica che hanno consentito di costruire l’insetto mutante Judas, in grado di eliminare i bacherozzi portatori del male e di morire, come è scritto nel loro DNA, a hoc, nel giro di poche generazioni. Ma tre anni dopo, gli stessi scarafaggi "salvatori", a causa di un’indesiderata aberrazione genetica, non muoiono affatto anzi prosperano a più non posso. Sono cresciuti, raggiungendo ragguardevoli dimensioni e se ne vanno in giro per il métro mimetizzati tra la folla (da qui il titolo Mimic) grazie ad acquisite sembianze umane, a divorare gli incauti passeggeri. E di lì a poco, visto che sono in piena moltiplicazione, sono pronti a lasciare Manhattan ed invadere l’intero pianeta.
Insomma la solita minaccia da parte di esseri schifosi che devono essere distrutti dai soliti eroi. Che in questo caso sono rappresentati dalla scienziata Susan Tyler (Mira Sorvino), esperta entomologa, suo marito Peter Mann (Jeremy Northan), responsabile del centro controllo delle epidemie, Manny (Giancarlo Giannini), oriundo latinoamericano, onesto lustrascarpe, suo figlio Chuy (Alexander Goodwin), ragazzino sapiente in grado di imitare con un paio di cucchiai qualsiasi suono, compreso quello degli orribili insetti, il poliziotto Leonard (Charles Dutton), che conosce i cunicoli del métro come le sue tasche. Un cast che non ha gran rilievo per la consistenza del film e che è costretto a fare la sua prevedibile parte: quelli che muoiono, quelli che si salveranno e vivranno felici e contenti ecc.

Mimic, come ogni buon prodotto di serie B, non approfondisce i personaggi per concentrarsi su scenografia, fotografia e montaggio. Del Toro è riuscito ad ottenere il massimo dai collaboratori. Il primo elogio va ai titoli di testa di Kyle Cooper (quello di Seven) i cui cut e insert nervosi comunicano immediatamente la tensione del film. La fotografia di Dan Lausten ci regala un’atmosfera sempre immersa nel nero, nel buio delle location che appaiono davvero spettrali e inquietanti. La sceneggiatura, alla quale hanno lavorato anche John Sayles e Steven Soderbergh, a parte qualche lepidezza di troppo, è serrata al punto giusto e dona all’opera un ritmo incalzante specialmente nella prima parte. La seconda è invece dominata dalle creature di Rick Lazzarini, il cui terribile aspetto provoca una fortissima repulsione, cosicché questi mostri alati sono spesso inguardabili. Come in Cronos, l’orrore di del Toro possiede un indubbio substrato onirico, ciò spiegherebbe il carattere visionario di molte sequenze, nelle quali si materializzano i suoi più terribili incubi.

© 1998 reVision, Andrea Caramanna



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