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The MillionaireSlumdog Millionaire - 1h 54'
Regia: Danny Boyle Nel cinema del regista di Manchester Danny Boyle, la vita è raccontata dal basso. Una
prospettiva privilegiata anche dal suo film più celebrato (da noi non molto amato), Trainspotting, umoristico e tagliente
ritratto generazionale frastagliato al punto da lasciare intravedere qualche compiacimento di troppo. Dopo aver inscritto i
propri inquieti umori nel riuscito horror apocalittico 28 Giorni Dopo, Boyle ci regala quest’ultimo The Millionaire,
accattivante apologo sulla contemporaneità che ben sfrutta la tendenza all’enfasi visuale del suo autore, sedotto dai ritmi
favolistici come accade nell’altro, suo precedente, Millions. Se quel piccolo film (non sorretto da una sceneggiatura
indecisa), nel raccontare le vicissitudini di due piccoli orfani impegnati a spendere un bottino di un quarto di milioni di
sterline, prendeva di petto il tema del potere corruttore del denaro, The Millionaire abbandona invece ogni tono moralistico
sospendendo ogni giudizio sulle insondabili connotazioni della fortuna e del desiderio. Merito di tale ritrovato equilibrio è
la sorprendente sceneggiatura firmata da Simon Beaufoy (quello di Full Monty), ricavata dal bel libro dello scrittore
indiano Vikas Swarup, che di mestiere fa il diplomatico. Il titolo originale, Slumdog Millionaire, da noi è stato semplificato,
cassando l’accezione gergale "slumdog" che identifica tutti quei ragazzi che vivono nelle bidonville. Un tranche de vie che
illustra la condizione di abissale indigenza in cui versano le caste più povere in India, inquadrate senza reticenza da un cineasta
occidentale, e questo nelle forme di un thriller capace di commuoverci come un mélo di Bollywood, riservandoci un aggraziato
finale da musical (non perdetevi i titoli di coda).Boyle si addossa al suo giovane protagonista Jamal Malik (interpretato dal bravo Dev Patel), che vive nella baraccopoli di Mumbai, metropoli indiana che è stata recentemente al centro di attentati terroristici. La lotta per la sopravvivenza di questo determinato antieroe, il suo sforzo di emancipazione, conducono alla partecipazione agognata al popolare quiz televisivo "Chi vuol essere milionario". Un desiderio ingenuo, che sembrerebbe pretestuoso se non assumesse, in questo caso, i connotati di una giusta rivalsa personale; un’ostinazione, quasi ribellistica, già mostrata dal ragazzo quando, da bambino, s’immerse in una latrina per farsi largo tra i fan di un divo di Bollywood per ottenerne l’autografo. Nell’incipit del film vediamo Jamal
seduto di fronte all’antipatico conduttore del programma e poi, con un rapido stacco di montaggio, lo stesso seviziato da due
poliziotti che lo credono un imbroglione. La sfortuna del giovane è quella di conoscere le risposte alle domande che gli sono
state fatte durante la serata del "Milionario", condotta dal mefitico Prem Kumar (l’ottimo Anil Kapoor) che non esita a prenderlo
in giro sin dall’inizio della diretta. Il diciottenne di Mumbai riesce a mantenere il controllo (dopo tutto la tortura televisiva
è nulla rispetto alle umiliazioni subite durante l’allucinante vita di strada) avvicinandosi alla meta della vincita di 20 milioni
di rupie, finché il conduttore non decide di denunciarlo, sospettandolo di truffa. Di fronte ai propri aguzzini, che lo incalzano
di domande, il povero Jamal comincia a raccontare la propria segnata esistenza, spiegando così all’ispettore (interpretato dal
bravissimo Irffan Khan, visto ne Il Destino nel Nome di Mira Nair) le motivazioni che lo hanno condotto, conoscendo le
risposte, sul podio della versione indiana dell’internazionale format, in Italia condotto da Gerry Scotti. I conseguenti flashback
ci mostrano il piccolo privato dalla madre, caduta durante gli scontri religiosi tra musulmani e indù, e poi finito a mendicare
per strada, tra le grinfie di una banda di sfruttatori che non esita ad accecare i piccoli questuanti, in un gorgo esistenziale
che somiglia a quello descritto da Charles Dickens in "Oliver Twist". Ai sanguinosi segni corporali, provocati dai cupi giorni
trascorsi nelle discariche urbane, si aggiungeranno le piaghe morali, dovute alle frequentazioni del fratello Salim (Madhur
Mittal), divenuto sicario di uno spregevole gangster, che non esita a prendersi come amante la bellissima e giovanissima Latika
(Freida Pinto), oggetto delle amorose attenzioni del protagonista, fino a farla prostituire nel suo locale. Le tribolazioni
di Jamal lo condurranno, sconsolato, ad accettare di servire il tè, come lavoro in un call–center, e a sostituire un dipendente
alle cuffie. In quest’occasione riesce ad inoltrare la domanda di partecipazione a "Chi vuol essere milionario", perseguita
non per brama di denaro ma per riscattare la condizione coercitiva della sua Latika. Riuscendo a finire davanti alle telecamere,
incalzato dalle fatidiche dodici domande del montepremi, il nostro esita alla domanda relativa a "I tre moschettieri" di Dumas,
libro non letto a scuola per disubbidire al maestro. Da qui la suspense che prelude a un happy end, per nulla consolatorio,
che consente al giovane di riabbracciare l’amata, che porta sul volto la cicatrice del martirio subito (mentre il fratello,
Salim, è rimasto ucciso).
Più che al Dumas cappa e spada, l’allusione letteraria di questo film è rivolta al "Conte di Montecristo" come
rappresentazione di rivalsa, servita dal ritmo del serrato montaggio di Christopher Dickens (cognome evocativo!) e da un gusto
per i contrasti cromatici e le sgranature, elementi ben controllati da Boyle. Per le riprese in India, il regista di Trainspotting
(anche in questa occasione, ossessionato dai bagni pubblici e dai treni) ha lavorato con la maggiore direttrice di casting,
Loeleen Tandan, realizzando alcune sequenze ad alta caratura di pathos, come quelle che mostrano la sadica pratica dell’accecamento
dei bambini, sintesi di un intollerabile degrado umano e sociale. La parabola avventurosa di Jamal riserva il suo lato esemplare,
utile al racconto di una condizione di degrado intollerabile ai giorni nostri, una condizione la cui soluzione appare impervia.
Per questo The Millionaire riesce ad ammaliare e commuovere, al di là del sospetto che si tratti di un’operazione studiata
a tavolino. Qui la patina è bandita e la temperatura retorica appare controllata (anche grazie a una certa ironia che permea
alcuni passaggi) fino ai finali flashback in sequenza. Non ci stupiremmo se la pellicola di Boyle arrivasse al traguardo della
vittoria dell’Oscar come miglior film, confermando la tenuta dell’antico paradigma Oriente – Occidente e dell’utilità degli
sguardi trasversali e incrociati, quando questi ci fanno scoprire gli universi inesplorati della contemporaneità.
© 2009 reVision, Francesco Puma |
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