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Mille Miglia... LontanoQian Li Zou Dan Qi - 1h 47'
Regia: Zhang Yimou Spesse volte un autore può essere interpretato a partire dalle parti finali delle sue opere. Prendete la parte conclusiva
di La Locanda della Felicità e troverete tutto lo spirito del cinema, sottile ed allusivo, di Zhang Yimou. In quel film ingiustamente
snobbato dalla critica, una ragazza cieca incide su un nastro le sue parole di commiato, prima di lasciare la propria casa. Parole dure come pietre che alludono ad un
mondo che ella non ha mai potuto vedere ma che finalmente riesce a "sentire", parole intense che si mescolano a quelle dell’uomo che le ha fatto da padre, in coma su un
letto d’ospedale. È in questa esternazione dei sentimenti ritrovati, al di là del colloquio dei corpi e dei sensi, che il regista di questo Mille Miglia... Lontano
individua le proprie ragioni tematiche. La sua critica alla società dei consumi, il suo mettere in evidenza il logoramento dei rapporti tra gli individui affiora pure in
quel commovente apologo che si aggiudicò a suo tempo il Leone d’Oro a Venezia, Non Uno di Meno, storia di un apprendistato doloroso
vissuto nel contrasto sociale tra la dimensione del villaggio e quella della metropoli dove è la tv a farsi medium dello straziante messaggio della maestrina che vuole
ritrovare il suo piccolo allievo. Universi che si scontrano per poi incrociarsi, in un crogiolo dove l’amicizia, la lealtà e l’amore sono ancora i sintomi di quei valori
che sembrano (e talvolta davvero lo sono) smarriti. Questa volta il cineasta più importante della Quinta Generazione di Pechino sperimenta, wendersianamente, l’incontro
– scontro tra due società, qui e ora. Cina e Giappone, due culture similari solo per noi occidentali ma in realtà opposte quando non avverse. Strumenti utili ad attivare
il colloquio perduto sono la videocamera e la macchina fotografica digitale. Ed è ancora un evento drammatico a suscitare una possibilità di riconciliazione tra padre e
figlio. Per curare le ferite della vedovanza, Takata Gou-ichi (impersonato dal leggendario attore Takakura Ken che pare avere la stessa scorza di un Clint Eastwood) si
è rifugiato in un tranquillo villaggio di pescatori. Quando la nuora Rie (Terajima Shinobu) gli comunica che il figlio Ken-ichi (Nakai Kiichi) è gravemente malato e che
lo desidera incontrare, Takata prende per la prima volta uno di quei tipici, orientali treni super–veloci per Tokyo. Ma la bella Rie non ha detto tutta la verità: Ken-ichi
ha un cancro al fegato molto esteso e perdipiù non ha ancora perdonato il padre.
Ad avvicinare Takata al riottoso figlio è una videocassetta regalatagli da Rie, in cui si
svolgono le prove di un millenario dramma teatrale cinese dove gli attori coprono le loro espressioni di dolore con una maschera (la metafora è evidente): è il documento
che testimonia l’impresa intellettuale di Ken-ichi, recatosi fino allo Yunnan, nella Cina meridionale, per riprendere la rappresentazione del celebre attore Li Jiamin che,
malato, non poté intonare il celebre motivo del "viaggio solitario, mille miglia lontano", canzone derivata da un classico delle letteratura cinese, Il Romanzo dei tre regni.
Intenzionato a completare il documentario del figlio, Takata affronta, a sua volta, un viaggio a contatto con una cultura altra per riprendere l’esibizione mancante.A ribadire il gioco speculare, tra finzione e realtà, c’è il testo della canzone che parla di un potente generale disposto a perdere i suoi beni per ritrovare un amico lontano. Arrivato alla meta, il protagonista scopre che Li Jiamin sta scontando un reato in prigione e che il grande dolore della sua vita è quello di avere un figlio di otto anni di nome Yang Yang (Yang Zhembo) mai incontrato. Immerso nell’aspro scenario di uno sconfinato paesaggio montagnoso, dopo il doloroso riconoscimento di un’altra tribolazione paterna, Takata decide di lasciarsi sedurre dal calore della qualità umana della gente del luogo e della dolce gentilezza del bambino: il suo è un iniziatico percorso di rigenerazione della coscienza di padre e di uomo. Dopo le prove epico – spettacolari di Hero e de La Foresta dei Pugnali Volanti, Zhang Yimou recupera lo spessore intimistico della sua ispirazione, usando un tocco delicato anche quando affronta, in questo film, sequenze dense di un pathos come quello del messaggio d’addio del figlio letto al padre da Rie per telefonino, o quella della commozione dei detenuti di fronte alla scena di Takata che mostra a Li Jiamin le foto del figlioletto riportate dalla macchina digitale ad uno schermo televisivo. Mille Miglia... Lontano è un’opera che sa incidere, con materica concretezza, il corpo stesso dei sentimenti, che non esita a mostrarne la dinamica senza mai cadere nella facile retorica del patetismo forzato. Il suo messaggio ribadisce che il nodo spazio – temporale, così come quello dei conflitti e della reciproca diffidenza (tra figli e padri come tra culture e civiltà), è soltanto uno stato mentale, che le ferite interiori possono rimarginarsi solamente attraverso un sacrificio volto al dialogo e alla tolleranza. Un’indicazione positiva a suggello di un film che evidenzia le zone chiaroscurate degli umani rapporti, sottolineandone le dissonanze. Con esemplare scioltezza drammaturgica, sorretto da un’intensa partecipazione degli interpreti, Zhang Yimou ci svela un’altra sua minimale verità: che anche la fine della vita può riservare la sorpresa di un nuovo inizio, come accade, come è sempre accaduto, al cinema. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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