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Milk

2h 11'

Regia: Gus Van Sant



Se nel magnifico Changeling di Eastwood la speranza sembra essere l’afflato decisivo che sigla la materna parabola di Angelina Jolie, in quest’ultimo piccolo grande film di Gus Van Sant lo stesso sentimento segna l’incipit e l’intero corpus della reale vicenda narrata. Una storia americana proiettata all’indietro nel tempo ma nobilmente provocatoria rispetto alla condizione attuale di un Paese, segnato dall’11 settembre e dai suoi ideologici rigurgiti, che è stato di Bush e ora è di Obama, passato dal rabbioso scoramento alla tenue speranza dopo l’era dell’intolleranza ritrovata e dei massimalismi destrorsi capaci d’inficiare gli effetti della democrazia conquistata passo dopo passo, almeno per ciò che concerne i diritti civili. A che serve oggi la Storia del sacrificio di un leader del movimento gay, impelagato nell’odiosa rete di ottusa incomprensione dei dannati anni Settanta? Serve a Van Sant e a noi per capire fino in fondo il costo e il valore di quell’utopia libertaria tradotta in azione militante, perché non si dia per scontato il prezzo che si è pagato in nome del diritto di una minoranza sessuale a dichiararsi legittimamente integrata nel corpus malato della società sessista, la stessa che di tanto in tanto prova ancora a mettere in campo le tesi aberranti circa superiorità e interiorità di gusti, stili di vita, colore della pelle, visioni del mondo, etc.
Non è la prima volta che la storia raccontata da Milk approda sullo schermo. Già il 25 marzo del 1985, The Times of Harvey Milk, diretto da Rob Epstein, si aggiudicò la statuetta dell’Oscar come migliore documentario. E’ stato quello il primo passo per far conoscere la vicenda emblematica del coraggioso attivista del movimento dei diritti degli omosessuali eletto, nel 1977, dopo quattro candidature, alla carica di consigliere comunale a San Francisco, travolto poi dagli eventi fino alla tragica morte che lo trasformò in un simbolo ancora oggi vivissimo. Per questa sua dolente ballata, Van Sant rinuncia alle sospensioni metafisiche e allo sgomento ieratico di Elephant, Last Days e Paranoid Park. Per lui la vicenda di Milk è soprattutto la cronaca di una morte annunciata, da raccontare con l’asciuttezza evocativa e commossa dei classici della Hollywood Renaissance, servendosi di schegge d’archivio lavorate digitalmente che alludono al contesto e al costume di quell’epoca contraddittoria. Ogni esitazione problematica è, dunque, sciolta fin dall’incipit ambientato nel 1978 dove si staglia l’espressione dolente di Sean Penn, straordinariamente intenso e passionale nel delineare le incertezze e l’incaponimento sincero del personaggio protagonista (un’interpretazione maiuscola, giustamente premiata da un Oscar).

Harvey Milk incide su un registratore le proprie considerazioni sugli avvenimenti passati animando un flashback postmortem che rammenta quello wilderiano di Viale del Tramonto, mentre la malinconia del quarantenne in cerca di rinnovate motivazioni esistenziali è la stessa del grigio protagonista di mezza età, giunto ad un bivio fatale, de La Fiamma del Peccato. La confessione registrata rimanda agli ultimi otto anni della vita di Milk, a partire dal compleanno spartiacque quando, a New York, incontra, in un disinvolto dragaggio nella subway il suo compagno di vita Scott Smith (James Franco), per poi trasferirsi, nel quartiere Castro di San Francisco, dove la coppia inaugura un negozio di fotografia, il "Castro Camera", sfidando le aspre riserve dei commercianti limitrofi pronti a ricredersi quando il luogo diventa un punto di riferimento della allora occultata comunità gay. Milk si fa subito caporione dei diritti da reclamare, inneggiando alla libertà attraverso le armi dell’ironia e della pazienza, divenendo paladino avverso alle storture fomentate da pregiudizi culturali e aberrazioni legislative e legali. Nel 1973, arriva così ad allearsi con Allan Baird, leader del sindacato dei Teamsters (la lega dei camionisti) riuscendo a bandire da San Francisco il diktat mafiosesco che impone la birra Coors: tale vittoria funziona da stimolo per una carriera politica tutta in salita, con una candidatura al consiglio comunale che lo vede, prima sconfitto e poi finalmente vincitore, a confronto con l’arroganza ultraconservatrice della cantante regalata alla politica Anita Bryant (che vediamo solamente nelle immagini di repertorio), impegnata nella campagna antiomosessuale, idealmente affrancata dal senatore John Briggs (Denis O’Hare), promotore della "Proposition 6" che bandiva il diritto gay d’insegnare nelle scuole pubbliche della California. In quello scorcio di anni Settanta, nel quale le azioni politiche subivano la decisiva influenza dell’ideologia integralista dei gruppi religiosi più reazionari (come gli evangelisti), si fece largo il consigliere Dan White (uno straordinario Josh Brolin) colui il quale maturerà progressivamente il nevrotico antagonismo versus Milk, foriero della compulsiva azione omicida finale. Dimessosi dalla propria carica, frustrato dai successi del rivale incoraggiati dal sindaco George Moscone (Victor Garber), White impugnò la pistola all’interno del Municipio freddando il primo cittadino insieme al povero Harvey. Era il 27 novembre del 1978: l’evento trasformò il fiero militante in martire, simbolo di una lotta esistenziale capace di rinvigorire la prassi politica.

Van Sant sa come trattare la materia incandescente con la sufficiente finezza (a cui ci ha abituato fin dai tempi dello shakespeariano afflato di Belli e Dannati) giocando ad enucleare sintomi emotivi e trasparenze espressive in una prospettiva chiaroscurata che travalica, per misura di stile, le trite regole del biopic (anche se le somiglianze degli interpreti coi personaggi reali sono sorprendenti, come evidenziano i titoli di coda), in un circolare tragitto drammaturgico che le potenti composizioni sinfoniche di Danny Elfman esaltano senza alcuna enfasi. S’incidono nella memoria le scene (da mélo fassbinderiano) della scoperta, da parte di Milk, del suicidio del suo nuovo compagno Jack Lira (Diego Luna), così come il confronto tra i due rivali (con dialoghi finissimi e rivelatori della bella sceneggiatura del trentenne Dustin Lance Black premiata con l’Oscar). Affiora con arguzia e pudore l’aura da elegia omosessuale (alla Morte a Venezia), stemperata però dall’ironia, nei ritorni alla passione vissuta dal protagonista per la Tosca di Puccini, prima nel confronto viscontiano tra la levigata, maschile bellezza dell’amato James Franco contrapposto al sovrappeso dell’interprete lirica e poi nello sguardo finale di Milk, un istante prima di morire, al cartellone che reclamizza l’opera. E’ come se Van Sant volesse esaltare il connubio tra vita e finzione, tra esperienza e leggenda, tra arte e morale: un incrocio che trova la propria apoteosi nella sequenza finale del corteo di 30.000 manifestanti intenti a sfilare davanti al Municipio con le candele in mano: la cera della speranza, sostanza di cui è fatto il mito imperituro di Harvey Milk, eroe normale di cui è giusto e bello conoscere la semplice, paradigmatica storia. Per non dimenticare.

© 2009 reVision, Francesco Puma