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A Mighty Heart - Un Cuore GrandeA Mighty Heart - 1h 48'
Regia: Michael Winterbottom Uno come Michael Winterbottom o lo si ama o lo si detesta. In questi anni si è fatta l’immagine
di un duro e puro, che ama i temi difficili, alla Ken Loach. Come lui, Winterbottom sa affondare la lama nel ventre molle della
realtà, sa indagare nelle pieghe del quotidiano attraversato dai venti brucianti della Storia recente, sa raccontare le idee
e i conflitti, sa mescolare dramma, road movie e noir, sa inscrivere i propri personaggi nei paesaggi delle rovine della contemporaneità.
E lo fa con passione e competenza, da narratore sensibile, usando uno stile tagliente e mai retorico, coniugando pathos e pietas
con l’abilità degli autentici maestri. In Benvenuti a Sarajevo ha saputo inquadrare la tragedia dei lancinanti conflitti
etnici che segnarono quel territorio negli anni ’90; in Cose di Questo Mondo ha raccontato l’odissea di due cugini afghani
che dal Pakistan affrontavano un doloroso viaggio verso la libertà, attraversando le martoriate terre dell’Iran fino alla Turchia
e all’Italia (uno dei due, però, non ce la fa); in The Road to Guantanamo ha documentato il traumatico imbarbarimento
della reazione di certa America all’orrore dell’11 Settembre, concentrandosi sui soprusi perpetrati in quel Gulag dei nostri
tempi dove è pure approdato Michael Moore nel suo ultimo docufilm Sicko.E nuovamente fa aleggiare lo spettro del conflitto tra civiltà questo nuovo A Mighty Heart – Un Cuore Grande, intimistica irruzione in una tragedia privata che ha sconvolto la comunità internazionale, l’efferata uccisione dell’ebreo–americano Daniel Pearl, corrispondente del "Wall Street Journal" avvenuta a Karachi, nel Pakistan meridionale, per mano di una sanguinosa banda di estremisti islamici. Due sono le fonti letterarie di questo nuovo affondo di Winterbottom: la prima è il libro-testimonianza scritto dalla moglie del giornalista, Mariane Pearl, documentazione dettagliata ed appassionata dei nove terribili giorni del proprio calvario privato ai quali seguì l’atroce notizia dell’esecuzione del marito; la seconda è "Chi ha ucciso Daniel Pearl?", pamphlet derivato dall’inchiesta–reportage condotta dal filosofo francese Bernard-Henri Lévy, analisi vibrante e articolata dell’evento poi allargata ad indagare il controverso rapporto tra l’Occidente e le svariate anime del mondo islamico, un variegato conflitto tra civiltà che mette in rilievo una realtà musulmana tollerante e ricca di fermenti nel costume e nella cultura opposta alla pericolosa presenza di elementi radicali e violenti riguardanti la pratica estremista, compiuta in nome di una guerra di religione, di un esteso numero di comunità e gruppi terroristici, prepotente e letale componente che conta parecchie complicità anche istituzionali in Medio Oriente (e per questo Lévy analizza i rapporti tra al-Qaida e i servizi segreti pakistani relativamente al caso preso in esame e a tanti altri avvenimenti). Coniugando sapientemente gli elementi di queste due fonti, e quindi le ragioni di un dolore privato schiacciato dal peso di un contesto che ha derive nelle trame di spionaggio internazionale e di equilibri socio–politici, Winterbottom compone la sua storia emblematica, con lo stesso scrupolo usato, negli anni ’70, dal nostro Francesco Rosi per le sue indagini sul campo, a metà tra fiction e documentario. In primo piano c’è lo sguardo addolorato di Mariane, moglie trepidante, da sei mesi in attesa di un bimbo che deve nascere, innamorata del proprio uomo dal "cuore grande" (come recita il titolo del film che è poi lo stesso del suo libro), coraggioso ed aperto al dialogo con le altre culture. Ad interpretare la sua febbrile attesa troviamo Angelina Jolie, attrice sensibile ed impegnata nella vita in campagne di rilancio dell’allarme sociale ed economico riguardanti i tanti "terzo mondo" del nostro povero pianeta: ed è proprio suo marito Brad Pitt a produrre questa pellicola civile che muove lo sdegno di coloro che continuano a chiedersi quanto siano efficaci le strategie politiche dei governanti tra Occidente ed Oriente tese ad impedire lo sviluppo catastrofico dei conflitti seguiti al trauma dell’11 Settembre 2001. Grazie alla Jolie, acquista evidenza e spessore l’umanità della figura della giornalista figlia di un ebreo olandese e di una profuga cubana, di Mariane professionista avvertita costretta a vivere in prima persona la tragedia della quotidiana, estenuante "guerra invisibile". La vicenda comincia il 23 Gennaio del 2002, e dunque pochi mesi dopo l’attacco al World Trade Center, a Karachi nel Pakistan.
Il film racconta il clima torrido di quei giorni, attraverso il sudore che cola dal volto dei personaggi, metafora del caos e
dello smarrimento che regna in quel territorio sconvolto da un rovente stato d’emergenza. Quel giorno fatale, Daniel Pearl (Dan
Futtermann), che con i suoi reportage aveva già documentato sviluppo ed intrighi del conflitto in Afghanistan, si reca in taxi
all’appuntamento con un controverso personaggio da intervistare, l’apostolo della jiahd Omar Sheikh (Aly Khan). E’ proprio Omar
ad organizzare, in quell’occasione, il sequestro del reporter culminato in una barbara esecuzione le cui immagini, riprese in
video, faranno il giro planetario delle televisioni. L’indagine, che Winterbottom sceglie di scandire coi tempi del thriller,
si sviluppa sulle rotte che vanno da Karachi a Londra, da Sarajevo a Dubai, da Kandahar a Los Angeles, per tornare infine a
Karachi, luogo del martirio.La sequenza di Daniel che sale in taxi diretto verso la trappola diviene per Mariane la scena primaria della propria ossessione di moglie e di madre in attesa, sconvolta dal trauma di un’improvvisa perdita. La macchina da presa si attarda su di lei, confinata nella stanza dell’hotel Sheraton, celebre crocevia degli occidentali in quel paese martoriato: prima l’attesa, poi l’indagine veicolata dai tanti personaggi che si fanno mediatori più o meno credibili, ed infine il dolore all’arrivo della notizia del tragico epilogo. Con estremo pudore Winterbottom, attraverso l’immagine del volto di una bambina del posto intenta a giocare, costruisce un parallelismo emotivo alludendo alla nascita di un figlio, chiamato poi Adam, che non conoscerà mai il proprio padre. A Mariane non resta che aggrapparsi alla memoria, condensata nel flashback del matrimonio con Daniel, secondo il rituale ebraico che prevede il bicchiere avvolto in un tovagliolo da pestare sotto i piedi, montato emblematicamente ad incrocio con una cerimonia locale dove i cittadini scelgono l’animale da sacrificare. A Mighty Heart – Un Cuore Grande pur sospendendo i giudizi su un avvenimento che si commenta da sé, invita all’esame di coscienza nel suo implicito messaggio pacifista: la voragine dove, per non essere seppelliti dall’intolleranza e dalla violenza, dovremmo esercitare il nostro comune dovere di pietas, ha le stesse dimensioni dei tanti Ground Zero sparsi in quelle parti del mondo sconvolte dalla furia della rimanente barbarie. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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