Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Mifune

Mifunes Sidste Sang - 1h 38'

Regia: Søren Kragh-Jacobsen



E al terzo affondo, il Dogma conobbe la commedia sentimentale. Bisogna fare un po' d'ordine con i numeri, visto che Mifune occupa il posto numero tre, mentre con Lovers di Jean-Marc Barr eravamo già arrivati al cinque. Assestato come si conviene il pallottoliere, non si può fare a meno di notare che, tra i suoi scatenati compagni d'azione, Søren Kragh-Jacobsen è certo il più tranquillo. Macchina da presa meno errabonda, movimenti e stacchi più sinuosi, fotografia meno sgranata e pastosa. Qualche simpatica infrazione, come l'uso (ripetuto per tre volte, a mò di canto del gallo) della musica non diegetica. Minor virulenza stilistica che si riflette anche sul tema. Perché Mifune esibisce un plot classico sino allo stereotipo: un uomo che ha raggiunto un apparente successo personale si ritrova immerso in quel passato familiare (qui con valenze agresti) cui era sfuggito. Ha un fratello ritardato. Ha un moglie impalmata di fresco, che scopre di non amare troppo. Incrocia una donna dai trascorsi dubbi ma dal fascino irresistibile. I nessi logici non sono difficili da individuare, sino al finale.

Questa apparente patina di già visto mille volte finisce per essere il vero punto di forza, come il tallone d'Achille, del film. Motivo d'interesse, perché Jacobsen affronta i tornanti del solito in piena velocità, usando buone dosi di senso dell'umorismo, e quell'istinto da straniato teatrante che fa parte integrante della valigia di ogni buon regista del Dogma. Così, i siparietti tra i due fratelli, i loro riti incentrati sul comune ricordo infantile del gran samurai Toshiro Mifune (da cui il titolo), sono motivo di sincera risata. E tutti quegli strani personaggi, così tipicamente danesi, ieratici e silenziosi quanto buffi. Perigliosa zavorra, invece, quando la sceneggiatura si avvita per cercare di restituire la tormentata relazione tra Kresten e Liva, o tra la stessa e il ribelle fratellino Bjarke, accusando qualche lungaggine di troppo. Ciò non toglie che la sequenza finale sia un bello spaccato di romanticismo.
Dunque, il Dogma si mostra buono per affrontare più generi, come aveva già dimostrato Barr con il melò. Privato dell'originaria purezza con il quale lo applicano i padri fondatori Von Trier e Vinterberg, non perde comunque la sua capacità di stare addosso al reale, e di costruire un tipo di cinema caldo, che mai come in questo caso ricorda quello di John Cassavetes, un dogmatico senza dogma. A quando la fantascienza?

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella