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La Mia Vita Senza MeMi Vida Sin Mi - 1h 41'
Regia: Isabelle Coixet Possibilità di negarsi come occhio, sguardo sul mondo. Nel
tentativo volgare di vivere quel che resta di un sogno che fu. Ma solo per
altri. Per i figli ed il marito. Ann (una Sarah Polley strepitosa) sogna la
loro vita, i compleanni in successione, coi messaggi di auguri registrati.
Disperato movimento, sentimento dell’esserci ancora, in un futuro che è stato
rubato per sempre. Anche per sé, Ann immagina un’altra vita "sessuale",
circoscritta, egoista, perché pensa un amore senza futuro, al contrario
dell’amante Lee (Mark Ruffalo) che medita, come sempre, l’equazione
amore-eternità.La Mia Vita Senza Me accetta lo stilema del cancer movie solo nella possibilità del "poter ancora fare" quello che "non si è fatto" nella vita vissuta. Vicino dunque a L’Ultimo Sogno di Irwin Winkler e a Verso Il Sole di Michael Cimino, piuttosto che a Le Invasioni Barbariche di Denys Arcand. Superiore intimità e nascondimento quasi totale della malattia per un immaginario refrattario alle allucinazioni, dove i fantasmi di vita e morte si offuscano per confondersi definitivamente. In piena soggettiva non c’è il ricatto (oggettivo) psicologico del dolore sul volto del malato terminale. Il coraggio di Ann consiste nella sua estrema sfacciataggine, la medesima che il dottore non riesce ad elaborare per dovere professionale. E soprattutto l’ardimento che si trasforma in attività, in un fare ipnotico, che trascina o si trascina perché sovrastato dalla presenza perturbante della Morte. Il qui ed ora della Morte non è più confinato ad un altro tempo e in un altro spazio. È questa la dimensione terrificante: essere già morto nel pensiero ed organizzare il resto della vita, quei pochi mesi, che sembrano tutt’altra cosa della vita e sono già cinema nei flashforwards, che si ordinano narrativamente. La Mia Vita Senza Me cattura questo disturbante sentimento senza filtri, non
ricorre neppure all’interpretazione degli attori (che non sanno peraltro della
morte imminente della protagonista). Nel volto di Ann non è tanto la sorpresa,
lo stupore della scoperta di una malattia letale che impressiona, ma la
continuità d’emozione che sa regalare a se stessa e agli altri. Senza movimenti
cerebrali, senza "apparente" sforzo la sua vitalità corrisponde alla
espressione delle emozioni. La nuova storia d’amore con Lee, del resto, non
potrebbe neppure iniziare senza questo stato miracoloso di grazia vitale. E
neppure i rapporti quotidiani con il marito ed i figli sono turbati dal
pensiero della morte. Isabel Coixet ha firmato un film molto personale,
semplicemente sensitivo, privo di laboriosi percorsi emozionali. Diretto, senza
colpi di scena, doloroso nella sua scarna prevedibilità. Come se i sogni di
vita rimanessero davvero solo i sogni di vita. Laddove la pietà di quel gesto,
la registrazione dei messaggi, è più disperata e disperante di tutto il resto,
non superabile come esperimento della rappresentazione di un male assoluto. Un
baratro in cui raramente siamo sprofondati come veridicità dell’Essere. Coixet
vi riesce con i mezzi semplici, i più semplici del cinema (e quelli più in
gioco): i corpi e i primi piani dei volti. Solo questo e può bastare.
© 2004 reVision, Andrea Caramanna |
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