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Miami Vice2h 08'
Regia: Michael Mann Michael Mann è il regista classico, potente e carismatico che ha portato, per primo, sullo schermo la maschera terrorizzante di
Hannibal Lecter; che ha fatto correre, in uno degli inseguimenti più avvincenti della storia del western epico, Daniel Day Lewis con la carabina a tracolla; l’unico
che ha ardito mettere l’uno di fronte all’altro, in uno scontro-confronto da manuale della settima arte, Robert De Niro ed Al Pacino; che ha scorticato dalla pelle
l’etichetta di sex simbol a Russel Crowe, artificiosamente invecchiato e imbolsito in Insider, e fatto scoprire un’insospettata e
latente vena sadica in un ultraquarantenne dal viso angelico come Tom Cruise.Oggi, nella sua produzione più matura, ritroviamo, stratificati e approfonditi, tutti i temi presenti sin dal suo film-manifesto, l’ingiustamente sottostimato Manhunter - Frammenti di un Omicidio: la stanchezza esistenziale, la contingenza del reale, la consapevolezza di un contrappasso inevitabile, l’importanza dell’immagine e del suo doppio rimandato da qualsiasi superficie riflettente, l’uso funzionale della musica, l’estetica intesa come filosofia, la solitudine come frattura da sanare attraverso la famiglia e l’amore, il peso di responsabilità e segreti non condivisi. Da L’Ultimo dei Mohicani in poi, Mann si appropria progressivamente di quel classicismo hollywoodiano fatto di rara qualità visiva e campi lunghi, mentre dal suo film più profondo, per contenuti e stile, Heat - la Sfida mutuerà l’ambizione di confezionare pellicole sul confronto dell’uomo con l’uomo e, in generale, dell’essere umano con i suoi limiti, con la giustizia, con il dovere e con la natura. Le esperienze degli inizi come sceneggiatore di alcune serie poliziesche come Starsky e Hutch e Police Story e come produttore di Miami Vice, successo planetario che lo tiene impegnato per circa un decennio, lasciano il segno e sono ben visibili nell’impianto dei suoi racconti, perfetti in ogni minimo particolare. Non è, quindi, del tutto inaspettato che Michael Mann sfrutti tutti i must che hanno reso inconfondibile la sua filmografia, per ritornare sul grande schermo con un progetto che fa il lifting proprio alla sua creatura televisiva più famosa e che, anziché emulare il serial, finisce col riproporre i temi del suo cinema. E’ stato detto, infatti, che, dell’originale Miami Vice, in questo film, sembrano essere rimasti solo i nomi dei due protagonisti, oltre allo spunto "poliziottesco" che li vede infiltrati in una banda per mettere fine a un losco traffico di droga. Non è affatto, dunque, la furba riproduzione di un successo televisivo volta ad accalappiare i nostalgici dei favolosi "ottanta" ma lo spettacolo della vita che il tubo catodico di 20 anni fa non poteva mostrare: lotta al crimine cruda e sanguinosa portata avanti a qualsiasi costo e compromesso, scempio di una metropoli americana, ricca sì, ma perversa e corrotta, violenza esasperata e passioni molto carnali. Michael Mann dirige Colin Farrell nei panni di Sonny Crocket (interpretato allora da Don Johnson) e il sempre impeccabile Jamie Foxx in quelli di Rico Tubbs (parte che
rese famoso Philip Michael Thomas), per raccontare una Miami cupa e desolata, una terra di confine fra legalità e crimine organizzato, segnata da scene di guerriglia e
violata da telefoni satellitari, in cui, però, si riescono comunque a rilevare le implicazioni psicologiche di chi vi si muove, personaggi che vivono adeguandosi allo
spirito del loro tempo, arrivando finanche, talvolta, spingendosi al limite, a perdere identità e percezione di sé.Quanto ai protagonisti, sembra che, seguendo per quanto possibile l’esempio di Daniel Day Lewis che, per calarsi nella parte di guida-cacciatore ne L’Ultimo dei Mohicani, mangiava con le mani, accendeva fuochi sfregando pietre e correva mezzo nudo per Central Park, anche i due attori al servizio dell’ultima fatica di Mann si siano piegati al processo di immedesimazione totale imposto dal regista, partecipando, a quanto pare, a diverse operazioni in incognito sotto la supervisione di agenti di DEA ed FBI. Dal punto di vista narrativo, oltre all’azione allo stato puro fatta di inseguimenti, sparatorie e tensione, c’è, in più, la storia d'amore fra l'agente Farrell e la contabile cino-cubana della banda, una maliarda sensuale e sofisticata col volto di Gong Li che metterà a dura prova le nobili motivazioni di Sonny e sarà lo strumento di un finale aperto, preludio di un possibile sequel. L'importante, però, non è la storia ma come Mann racconta per immagini le notti nere della Florida. L'incipit è folgorante e adrenalinico: le immagini in digitale e l'attenzione ai dettagli creano l’illusione della realtà e la scena della discoteca è una vera sferzata di eccitazione capace di immergere lo spettatore, con immediatezza e senza riserve, nel corso oscuro del film. Il nemico numero uno, questa volta, è un abilissimo narcotrafficante e i due agenti devono necessariamente, di conseguenza, "trasformarsi" a loro volta in durissimi e spietati malavitosi per entrare nel suo giro. E’ l’ennesima esaltazione del tema più ricorrente dell'opera di Michael Mann, il più ossessivo e ipnotico, quello stesso che lo ha reso il più sensibile tramite con la celluloide dell'aspetto più morboso dei romanzi di Thomas Harris dedicati alla figura del "cannibale": per conoscere l’avversario occorre pensare come lui, trasformarsi in lui. Con tutte le conseguenze fisiche e psicologiche che questo annullamento nell’altro può comportare sulla mente dei nostri protagonisti. Non dimentichiamo che anche qui Michael Mann, come sempre, non si accontenta di modulare un canone classico dividendo con l’accetta il Bene dal Male, perciò, in questo Miami Vice tutto nuovo, non solo i criminali sono efferati ma anche i "buoni" sono corrotti o corruttibili. E se gli episodi televisivi di Miami Vice negli anni Ottanta avevano rappresentato una rivoluzione, perché mostravano il sottobosco criminale infetto e contagioso nascosto sotto le apparenze patinate di un mondo tanto glamour, l'attuale rivisitazione di Mann approfondisce il tema della denuncia insistendo su come, anche in una città multietnica in cui il sogno americano è più vivo che mai, possa continuare a crescere, nutrito di soldi, potere e sangue, lo stesso seme maligno generato da avidità, corruzione e pregiudizio. © 2006 reVision, Elisa Schianchi |
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