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The Mexican2h 04'
Regia: Gore Verbinski Jerry (Brad Pitt) è un delinquente che prova un’infastidita ma precisa avversione per ogni forma di
perfezione. Samantha, detta Sam (Julia Roberts) è la personificazione di una femminilità non turbata da ambiguità e perversità.
Insieme dovrebbero rappresentare il simbolo vivente delle differenze che rifiutano di venire annullate o represse, insomma del roadmovie.
Ma la logica di The Mexican è quella di scombussolare continuamente le carte.
Qui, il road - movie è il punto di confluenza di ispirazioni contrastanti, che vanno dalla commedia sentimentale, al film di gangster,
al western moderno.
E i personaggi rifiutano le architravi concettuali del film hollywoodiano: tratti "naturali" dei caratteri, pretesa di un punto di vista
organico o naturale.
In altre parole, The Mexican ci porta al centro di un labirinto, dove le opposizioni binarie alle quali siamo abituati (bene/male,
corpo/anima, naturale/artificiale) diventano strumenti di conoscenza obsoleti, come dimostra bene la ricostruzione della "vera" storia
della preziosissima pistola antica che Jerry è incaricato di recuperare. Così, quella che dovrebbe essere una scontata trasgressione dei codici imposti da una società incapace di trovare rimedio alla parzialità, all’ironia, alle perversioni che ci costringono ad una continua mutazione dell’identità e del passato che crediamo di essere, diventa, a poco a poco, la descrizione di un mondo trasformato in una sorta di luna park, dove le nostre menti possono sbagliarsi, ma il nostro sangue crede e dice sempre il vero. Come interpretare altrimenti la fuga di Jerry da un Messico che non sembra proporre nulla di utile e di vero verso una Las Vegas che coincide non solo con il ritrovamento della propria stabilità emotiva, rappresentata da Samantha, ma anche con l’approdo ad una sorta di ribaltamento della Caduta, di recupero della capacità di agire autonomamente in una società priva di coscienza e di codici? Fondendo assieme noia esistenziale e ricerca di shock emotivi sempre più estremi, The Mexican cerca di immaginare un futuro che
ci assomigli più di un presente fatto di esseri umani monotoni ed inespressivi come Leroy (James Gandolfini), il gangster pagato per
rapire Samantha e controllare il buon esito della missione affidata a Jerry.
Ma rischia continuamente di trasformarsi in una macchina inadeguata a stabilizzare le emozioni di personaggi assolutamente incapaci di
mettere a freno il proprio egocentrismo.
Tanto che lo scopo finale di The Mexican sembra essere quello di superare il concetto concordato di road - movie, di trasferire
le illusioni libertarie che solitamente lo attraversano in uno spazio "senza orizzonte", dove individui incapaci di rappresentare una
coscienza umana in un mondo di informazioni, tentano di annullare la propria solitudine attraverso la simulazione assolutamente realistica
di un mondo in cui conta soltanto la volontà di gestire autonomamente le proprie emozioni. Non è strano che un’operazione così radicale veda coinvolta un’attrice come Julia Roberts, simbolo di un Hollywood attenta a superare i dualismi gerarchici e biologici. Quel che stupisce, invece, è che la descrizione di un mondo così intimamente ristrutturato nei propri codici, si sia spinto così lontano nell’esprimere nel modo più avanzato il rifiuto della dissolvenza del corpo, nel ribaltare le fantasie barocche, i corpi potenziati e caricaturali che appartengono ai colossi autistici che Hollywood sembra aver finalmente deciso di dimenticare. © 2001 reVision, Marco Marinelli |
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