![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Metropolis1h 48'
Regia: Rin Taro Non riusciamo spesso a distinguere, tenere separati gli statuti dell'immagine. Il cartone animato, dal cinema digitale, a colori,
dal bianco e nero, dal muto al musical e così via. C'è qualcosa nelle immagini che si stratifica, si addensa intorno ad un nucleo significante (soggettivo o meno che sia...)
che ci fa dire se un film è bello o brutto (giudizio estetico), boriosamente se è ben girato, scritto, realizzato ecc. Metropolis, ancora metropolis,"megalopolis", è
qui, lì, a raccontarci le medesime cose sul confronto sempre più pauroso tra Civiltà e Natura (lo avevamo visto anche in quel bellissimo cartone giapponese Princess
Mononoke e in Aida Degli Alberi di Guido Manuli). Il confronto tra tecnologia ed essere umano che è crudamente rappresentato come da Chaplin
in Tempi Moderni: demistificazione del mito e osservazione diretta e cinica dei rapporti di forza, di potere, e la brutalità di uomini verso altri uomini, la cecità
che rende la Storia sempre più immobile, fa ricostruire torri di Babele sempre più alte. Ziggurat e il nuovo supercomputer in grado di controllare tutto e tutti. Questo
Metropolis aggiunge al già saputo e vissuto l'elemento più inquietante, quello che era soltanto l'immaginazione (tecnologica) ieri, oggi è realtà. È straordinaria la
sequenza in cui Tima si collega alla rete informatica di tutta la città; i colori, i bagliori, le ombre, costruiscono in modo fantasmatico il flusso elettronico che l'umano
ancora di carne e sangue e ossa può solo immaginare, come se solo gli esseri robotici custodiscano il segreto della nuova era di informazione.
I bit sfuggono al controllo perentorio dell'umano, lo superano, e in ogni campo, in ogni punto dello spazio tempo: non a caso un sorvegliante dei livelli più bassi della città manifesta la sua meraviglia, per quegli esseri meccanici che sostituiscono l'uomo, laddove quest'ultimo non resisterebbe che pochi minuti per le terribili condizioni ambientali. La sostituzione, sembra dire Metropolis, ma naturalmente lo avevano detto benissimo Philip Dick/Ridley Scott negli androidi che sognano pecore elettriche ovvero Blade Runner, deve farsi sempre più indolore per gli umani e per i robot, talmente perfetti, da sospettare ancora sulla loro umanità. Qui il Metropolis giapponese (che poi viene da lontano da un fumetto del 1949 di Osamu Tezuka) si intreccia con la rivoluzione di Lang dei soliti derelitti; si dice che le famiglie dei livelli bassi hanno appena di che nutrirsi e i rivoluzionari si riuniscono sottoterra in camerette dove sono appesi ritratti di Che Guevara. La parte scenografica ricorda Dark City di Alex Proyas
nella sapienza con cui miscela i colori, basterebbe ricordare la meticolosità con cui il film distingue i vari livelli: dalla superficie astratta e gelida, levigata e sottile,
aerea e leggera, come il lieve librare di un cetaceo nello studio del dirigente di Polizia o il dirigibile che compare a tratti, alle cromature pastello quasi pittoresche dei
"quartieri popolari", fino alle recondite profondità nelle quali sprofondano i rifiuti della città, dove brulicano creature di ogni tipo. È il sentimento cupo che avvolge questa
città nera, oscura perché depressa dalla stratificazione voluta con la violenza, e avvilita dalla ingannevole propaganda spaventosamente disonesta quando incita le folle
inneggiando alla supremazia della razza umana e della scienza.Tima è l'ultimo baluardo oppure l'ultimo sacrificio (di una creatura che ancora è innocente) prima della ripetizione incessante della Storia. È Tima che deve essere perduta, la sua innocenza infantile dovrà essere violentata, e per lei diventare adulta significherà acquisire il destino per cui è stata suo malgrado costruita. Quasi poetico l'ambito di libertà della giovane fanciulla, che sviluppa automaticamente processi emotivi (gli androidi Nexus 6 di Blade Runner potevano svilupparli in pochi mesi e per questo furono dotati di un dispositivo limitante: quattro anni di vita), quegli stessi processi che come rovescio della medaglia hanno il potere di accendere la follia tutta umana della superiorità. Tima è l'essere supremo che però non si ribella contro il padre, ma riconosce suo genitore, con candida tenerezza, il Kenichi che l'ha amata subito. Una briciola d'amore che riecheggia alla fine sulla bocca di tutti. Tanti piccoli pezzettini di Tima, di qualcosa che si chiama Ideale, tra le infinite macerie della grande città. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
|