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Codice MercuryMercury Rising - 1h 51' La Perestrojka, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno sicuramente
lasciato un sorriso amaro sul volto del cineasta statunitense abituato a sguazzare in un mondo dello spionaggio filmico infarcito
di impenetrabili figuri dall'inconfondibile sapore di vodka e caviale ed un problematico vuoto difficile da colmare. In suo
soccorso vengono ora di volta in volta chiamati integralisti religiosi o terroristi balcanici, senza dimenticare Saddam, ipersfruttato
nemico dichiarato del popolo d'America, o si sceglie, forse per evitare l'improbabile e non sfociare nel ridicolo, di rifugiarsi
nei più sicuri ed immortali giochi di palazzo, quegli intrighi loschi e misteriosi appartenenti alla forma più degenere, ma
ormai imperante, di politica interna. Harold Becker, regista di film di successo quali City Hall, Seduzione Pericolosa
e Malice - Il Sospetto, con il suo Codice Mercury sembrerebbe aver scelto una via intermedia, puntando, pur fra
un pizzico di Saddam ed un assaggino di terrorismo autonomista e paramilitare, su quei servizi segreti che in Italia, quasi
con voluttà ed accenno modaiolo, non esiteremmo a definire deviati.
Il codice Mercury è infatti un codice militare segretissimo ed impenetrabile, costato la bellezza di due miliardi di dollari, con cui viene garantita la sicurezza di tutti gli agenti americani operanti su territorio straniero e grazie al quale il tenente colonnello Nicholas Kudrow (un sempre più insulso Alec Baldwin) ha potuto costruirsi una brillante e fulminea carriera. Anche i sistemi più sofisticati hanno però i loro punti deboli, magari imprevedibili, ed è così che un breve messaggio in codice, nascosto quale ulteriore e forse ultimo test di affidabilità fra le pagine di una rivista di enigmistica, viene immediatamente decifrato da Simon (Miko Hughes), un ragazzino autistico con una straordinaria abilità per le serie di lettere e numeri, facendo altrettanto immediatamente scattare la reazione della NSA, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale, un'entità più segreta della CIA, pronta ad eliminare senza esitazione qualsiasi ostacolo. Ed ecco che mentre un killer cerca di sopprimere il nostro "decodificatore umano" e quanto altro di pericoloso o sospetto possa incontrare sul proprio cammino, il piccolo Simon sembra essere improvvisamente scomparso nel nulla. Sarà chiaramente Bruce Willis, nei panni dell'agente dell'FBI Art Jeffries, un tipo fra l'emarginato ed il disadattato, insofferente delle rigide procedure e dei metodi delle forze dell'ordine, a sfidare, solo contro tutti, il potere occulto di quei servizi divenuti incontrollabili. Se come film d'azione convenzionale Codice Mercury avrebbe anche potuto avere qualche,
sia pur minimo, motivo di interesse, se non altro sfruttando il nome e la presenza scenica di un divo del calibro di Bruce Willis,
in grado sempre e comunque di imporre un certo spessore a personaggi altrimenti inconsistenti, è proprio la scelta di fondo di
Harold Becker di volersi allontanare da tale genere - e la sua critica dichiarata alla foto scelta dalla distribuzione italiana
per il manifesto del film, con quella pistola ben in evidenza, ne è la migliore testimoninza - a lasciare perplessi. Codice
Mercury punta infatti tutto sul rapporto che viene a crearsi fra Art Jeffries e Simon, fra il duro agente dal cuore d'oro
ed il bambino bisognoso di protezione, sensazione rafforzata a bella posta dallo stato di alienazione in cui il piccolo inevitabilmente
vive, tendendo al tempo stesso a rammentare la condizione disagiata, quasi da escluso, di Art e quindi, in un certo senso, la
reciproca situazione di bisogno di certezze provenienti dall'esterno e, conseguentemente, di dipendenza, ulteriormente costruendo
attorno a loro un mondo schematizzato in buoni e cattivi, e, come è ovvio, coinvolgendo subito in questo bagno di buoni sentimenti
la prima ragazza che i due si trovano ad incontrare, Stacey (Kim Dickens), che non potrà fare altro che scegliere di mandare a
rotoli la propria vita pur di aiutare uno strano psicopatico ricercato da polizia e FBI ed il ragazzino che questi accompagna.
E' proprio questo sentimentalismo lacrimoso e stucchevole a non funzionare e, sfiorando più volte il ridicolo, a far precipitare
Codice Mercury al fianco di The Jackal fra i più malriusciti film di genere della stagione.
© 1998 reVision, Carlo Cimmino |
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