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In Memoria di Me

1h 57'

Regia: Saverio Costanzo



"Voglio essere una persona". E’ questa la buona intenzione espressa dal protagonista di In Memoria di Me, come risposta ai propri interlocutori nel corso di un colloquio utile ad accedere alla libera scelta del suo noviziato da gesuita. Il termine "persona" conduce inevitabilmente alla riflessione che fonda il cinema di Bergman, il quale ne fece un memorabile titolo: in quel caso, però, "persona" era la maschera (nel corretto uso etimologico) di un disagio esistenziale estremo e foriero d’irrecuperabile nevrosi. Qui invece si allude all’insopprimibile esigenza di recupero dell’identità più profonda e segreta, l’insondabile essenza che ci appartiene e che è in lotta perenne con gli smarrimenti quotidiani, alimentati, nella società di oggi, dall’incontenibile evolversi dell’edonismo e di un diffuso nichilismo utilitaristico che di fatto impedisce ogni possibilità d’intervento a migliorare il mondo, oltre ad inibire quel dialogo sostanzioso possibile da rintracciare solamente nella dimensione silenziosa presente dentro noi stessi. Così la realtà può apparirci d’improvviso estranea, specie quando la ragione del nostro camminamento aspira ad un incontro con Dio, a quell’incontro che può avvenire – come ci ammoniva Kierkegaard – solamente attraverso una "coscienza potenziata". E’ questo l’intricato nodo messo in rilievo dal più recente film di Saverio Costanzo, portatore consapevole di tematiche legate all’attualità di una crisi del cattolicesimo (e della stessa ispirazione cristiana) incastrata nel giogo della nuova dialettica libertaria, che la maggioranza della società civile agita, sotto la bandiera di un rinnovato, e forse definitivo, processo di secolarizzazione del nostro tempo. Per tali motivi diventa emblematica ed urgente la vicenda di Andrea, alla ricerca di un rifugio dove elaborare il senso di perdita che sembra travolgerlo, deciso ad intraprendere la via del sacerdozio e per questo relegatosi in un monastero di novizi, luogo di meditazione e di esercizi spirituali, che è poi l’interno della splendida Basilica di San Giorgio Maggiore, isola nell’"isola" di Venezia, la stessa di cui il grande pittore Turner ritrasse una volta l’esterno come visione velata dalla nebbia.

Accanto all’inquieto giovane (che ha l’espressione pallida ed incantata regalatagli dal bravissimo Christo Jivkov, già visto nel ruolo di Giovanni dalle Bande Nere in Il Mestiere delle Armi di Ermanno Olmi) si muovono altri neofiti in preda a timori e tremori che l’austero luogo sembra esaltare: Fausto (interpretato da Fausto Rossi Alesi), che appare come consumato dalla propria ipersensibilità capace di condurlo alle soglie dell’afasia, e Zanna (Filippo Timi), agito dal proprio carattere ribelle che sfoga alimentando la propria vena di ritrattista di volti. Ed è proprio quest’ultimo, col suo facondo scetticismo che arriva a contestare i principi del potere della Chiesa, a suo dire fuorvianti rispetto al significato del messaggio cristiano, a spingere Andrea verso un fatale disequilibrio emotivo. Per lui i rituali, già costrittivi, di preghiera e di castità coatte, finiscono con l’assumere l’aspetto intollerabile di una tortura senza senso, privando di ogni letizia la sua precaria fede. Persino le quotidiane letture, insieme alle esortazioni di fermezza profuse dal Padre Superiore (André Hennicke), non fanno altro che rinfocolare un sentimento angoscioso di assenza, una frustrazione generatrice di domande brucianti che non trovano più nemmeno lo spazio per una decisiva riflessione. Nel sofferente silenzio del mistico scenario, l’esitazione si trasforma in paura, in Nulla incombente, in un desiderio di evasione che assume connotati di dostoevskiana memoria. In Andrea s’insinua il convincimento utopico che sia possibile trovare altrove lo spazio per un più fruttuoso colloquio con l’Altro, ovvero con i propri simili e con Dio. E mentre egli consuma i suoi nuovi propositi, il regista lo inscrive all’interno del paesaggio di un limbo che è il deserto liquido di Venezia, allusione d’infinito ed illusione di libertà, là dove il cielo trova il suo riflesso e persino l’insondabile divinità, il Dio forse dell’assenza e forse del perdono, appare più vicino.

Quello che Costanzo costruisce, con una finezza già rilevata nel suo precedente Private, è il racconto di un mistero, sia quello che conduce un individuo dalla giovane età a radicali privazioni in nome di una fame d’assoluto, sia quello della presenza del metafisico che, quando non trova conforto nell’abbraccio spirituale della religione, cerca di radicarsi in noi attraverso dogmi esoterici ed impervie divinizzazioni. La meta a cui arriva, dopo aver consumato la propria tormentata esperienza, il protagonista di In Memoria di Me, è lo stesso punto di partenza iniziale, la soglia della percezione dell’assurdo che riguarda il senso stesso del vivere. Ad Andrea non rimane che lo spazio dell’attesa, mentre per Zanna si aprono le porte del monastero verso una liberazione incerta, liberazione il cui sigillo è un inquietante bacio d’addio scambiato col Padre Superiore. Come il Marco Bellocchio degli esordi (chi ha dimenticato l’intenso, sconvolgente Nel Nome del Padre?), Costanzo privilegia i microcosmi chiusi (in Private le conflittuali tensioni tra israeliani e palestinesi si svolgevano all’interno di un’unica palazzina), in questo caso le imponenti architetture della Basilica dove è possibile far risaltare le geometrie e i volumi delle passioni compresse dei personaggi.
Partendo dal libro, scritto negli anni Sessanta, dal sensibile Furio Monicelli (che lì recuperò la sua personale esperienza di noviziato dai Gesuiti), il giovane cineasta (qui alla sua seconda prova) tesse con un rigore d’altri tempi la sua tela narrativa, coadiuvato dal montaggio sospeso ed impalpabile di Francesca Calvelli. Rilevante è anche il prezioso lavoro compiuto sulla dimensione sonora di questa storia di vocazioni problematiche: accanto ai brani delle composizioni originali degli Alter Ego (che ben assecondano il contrastato rilievo della chiaroscurata fotografia di Mario Amura), s’incastonano con sorprendente efficacia le partiture di repertorio di Ciaikovsky e di Strauss con i suoi evocativi valzer, contrapposti all’eco ridondante dei silenzi e delle grida perdute all’interno delle labirintiche stanze e dei saloni dove si lavorano pensieri ed emozioni, alla ricerca di un’armonia impossibile perché conformata alle leggi dell’ambigua natura degli uomini. Probabilmente, il film vuole dirci anche questo: che è sempre più difficile, nella realtà contemporanea, creare delle zone franche ed incontaminate, che il frastuono del vivere ce lo portiamo dentro come intollerabile zavorra e che divenire "persone", liberate dalle maschere del proprio io, è una impresa sempre più titanica e destinata ad un più o meno glorioso (e glorificato) fallimento, perseguito in memoria dell’umano rimanente.

© 2007 reVision, Francesco Puma