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Memento

1h 54'

Regia: Christopher Nolan



La prima cosa che ci si chiede all'uscita del film è se siamo sicuri di aver capito tutto, se non ci sia sfuggito qualcosa. Ci è sembrata una maratona del cervello, un'occasione di concentrazione come da tempo non capitava. Memento è una storia semplice resa complessa dal montaggio. E dal fatto che ha qualcosa da dire. E' come se in un furore anti-wellesiano (tipo quello che ha colpito L'Orgoglio Degli Ambersons) qualcuno avesse deciso di riportare in moviola (non dovremmo ormai dire "AVID"?) il film di Nolan, di smontarlo scena per scena e poi di riassemblarlo posizionando la sequenza cronologica degli avvenimenti al contrario. Così... per renderlo più interessante. O forse per dargli una patina d'autore.
L' "AVID", appunto, ormai consente un controllo più disinvolto in fase di post-produzione, permette di giocare con il racconto mantenendo ferma la fabula, abbassando notevolmente i tempi di lavoro e amplificando le prestazioni. Un bell'impatto sul linguaggio cinematografico. Ancora non ci si è interrogati a sufficienza su cosa abbia significato il passaggio dalla moviola al digitale, in post-produzione. Spesso, bisogna dirlo, film senza valore hanno trovato un senso apparente in un rimescolio temporale pensato a riprese fatte da un produttore scontento (sono molti di più di quello che pensate...). Il fatto è che in Memento a fare quest'operazione ci ha pensato il regista stesso, e già in fase di sceneggiatura. E non per sterili e pretestuose velleità filo-tarantiniane o filo-kubrickiane (Pulp Fiction e Rapina A Mano Armata sono dietro l'angolo, inutile nasconderselo per paura di banalizzare l'analisi). Ma perché questo è lo stile di Nolan, non c'è niente da fare. Un ragazzo ventinovenne che da più di vent'anni ha a che fare con le immagini in movimento (è passato dal super8, che ha preso in mano a sei anni, al 35millimetri nel giro di dodici anni) e che quindi possiede età ed esperienza giuste per potersi permettere di giocare col cinema con più entusiasmo ed elasticità di molti altri colleghi.

Nolan si è fatto conoscere nei festival di tutto il mondo con il film del suo esordio, Following, un apologo hitchcockiano che ad una premessa stimolante (Bill è uno scrittore e per ispirarsi segue gli sconosciuti che incontra casualmente per la strada) faceva seguire conclusioni più scontate (un giorno segue la persona sbagliata e...). Un caso un po' alla Kevin Smith il suo, o alla Rodriguez (l'ormai classica storia del film girato in venti giorni, solo nei week-end, con i soldi guadagnati lavorando durante la settimana, scoperto al Sundance Festival, o allo Slamdance che è lo stesso...). Però Following funzionava, era un film intelligente, ossessivamente intelligente, come ha detto qualcuno tra i pochi che hanno avuto la fortuna di vederlo (non è uscito in Italia). E Memento oggi conferma la vena thrilling del regista, ancora libero di sperimentare come filmaker indipendente (la "Team Todd" che gli ha prodotto il film è la stessa della serie di Austin Powers). Per questo ha potuto permettersi di partorire un'esperienza visiva e linguistica così complessa, in cui Guy Pierce il trasformista (ve lo ricordate nei panni del travestito in Priscilla, La Regina Del Deserto e in quelli del giovane ispettore di polizia in L.A. Confidential?) ora dà fiato e corpo a Leonard Shelby, un uomo che ha perso l'uso della memoria anterograda, fatto che non gli permette di ricordare gli avvenimenti a breve termine dal momento dello shock che ha generato il danno: lo stupro e l'uccisione della giovane moglie.

La storia dell'ossessione vendicativa di Leonard, ex-agente assicurativo, non a caso avvezzo all'investigazione, Christopher Nolan decide di raccontarla a ritroso, aprendo il film con una sequenza composta di scene addirittura montate al contrario (il sito web del film è www.otnemem.com). Segue la ricostruzione di quanto accaduto fino a quel momento, intervallata da una storia in bianco e nero che si riferisce a momenti della vicenda ancora precedenti a quelli che stiamo seguendo. Nolan vuole costringerci a percepire gli eventi come li percepisce il suo eroe tragico, frammentandoli, impedendoci di ricostruire una trama perché tutto, appunto, deve ancora svolgersi, e mettendoci nelle condizioni di Leonard che per ricordare è costretto a scrivere tutto quello che accade, addirittura a tatuarselo sul corpo. Costringendo spesso anche noi a prendere appunti per seguire lo svolgersi dei fatti e le complesse concatenazioni di elementi che fanno del film un giallo a tutti gli effetti. Ma molto più profondo e concettualmente sottile di quanto ci si possa aspettare da un quasi esordiente sotto i trent'anni.
Se volessimo banalizzare potremmo dire che il film si risolve in un'immedesimazione nel proprio nemico alla Fight Club con successiva rimozione. Invece a conti fatti ci sembra proprio di poter azzardare che proponga una metafora (l'importanza della memoria come strumento della fiducia, e non solo sul piano personale) piuttosto che uno sterile esercizio di stile. Così come la domanda più frequente del film è "Cosa sto facendo ora?" (se la pone Leonard ad ogni inizio sequenza), la domanda più frequente dello spettatore è "Cosa sto vedendo ora?", per tentare di ricostruire i pezzi di una storia che si fa seguire a tutti i costi nonostante la sua frammentata complessità. E in tempi in cui sempre più spesso si vede e non si osserva, si sente e non si ascolta, le polaroid che Leonard scatta in ogni momento per fissare la realtà e non dimenticarla, insieme alla rabbia del montaggio e alla forza delle immagini sembrano dire: "Guardatemi!".

© 2001 reVision, Federico Greco