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Viaggio alla MeccaLe Grand Voyage - 1h 47'
Regia: Ismaël Ferroukhi Che cosa rimane di un film? Spesso la memoria di una manciata di secondi, sequenze toccanti o suggestive che segnano un retrogusto in grado d’imprimersi
in quello che si chiama l’immaginario, magari non collettivo ma semplicemente nostro, privato.Viaggio alla Mecca, film presentato alla Settimana della Critica al festival di Venezia del 2004 dove gli è stato attribuito il Leone del Futuro, ci è rimasto dentro. Sul finale il regista Ismaël Ferroukhi ci regala una sequenza di struggente bellezza con milioni di fedeli in pellegrinaggio alla Mecca. Una scena epica, di sapore classico, che propone il senso di una ricerca della spiritualità, dell’essenza di una dimensione umana, di un intimo percorso di redenzione, vissuto nel colloquio col Divino. Ma non è solamente per il suo finale che il film di Ferroukhi merita di essere visto: si tratta di un intenso road-movie narrato come un viaggio d’iniziazione, la descrizione di una esperienza di conoscenza che mette in primo piano il valore stesso del vivere appesi come siamo all’esile filo del Male e del Nulla, alle abbacinanti tentazioni che ci travolgono. Secondo i dogmi della religione musulmana è la morte il polo attraente capace di dare senso alla vita, mentre ogni peccato ci porta inevitabilmente a deviare dalla retta via della conoscenza. Elevarsi a Dio è una disciplina necessaria: quello che l’anziano Mustapha (Mohamed Majd) avverte fin dall’inizio del film è l’esigenza di chiudere un cerchio compiendo un viaggio verso la Mecca in automobile, abbracciando una prospettiva senza tempo per recuperare il proprio tempo interiore. L’incipit ci mostra due fratelli in un cimitero d’auto impegnati a cercare la portiera dell’automobile, mezzo del fatidico viaggio. Rèda (Nicolas Cazalé) è il figlio minore di Mustapha e tocca a lui accompagnare il padre. I due non mostrano d’andare d’accordo: Rèda è indifferente riguardo alla tradizione, preferisce pensare alle donne, non rifiuta di tracannare birra, è insomma un peccatore fiero di esserlo. Mustapha gli tiene testa, con severa tenacia, inseguendo la propria meta con determinazione e fidandosi, più che delle carte geografiche, delle posizioni del sole che lo guidano sulla rotta. Lo scontro di caratteri e di solitudini opposte genera una consapevolezza che prepara nuove maturazioni. Mustapha rifiuta di sottostare alle regole di un progresso in cui egli intravede una minaccia: arriva così persino a gettare nella spazzatura il telefonino del figlio, poiché l’unico contatto che vuole avere è quello privato col suo Dio, attraverso la preghiera. Durante il tragitto che conduce la coppia dalla Francia attraverso l’Italia (Rèda è sedotto da Milano capitale del consumo che il padre gli impedisce di visitare) fino in Slovenia,
in Turchia e poi in Siria, una misteriosa figura di vecchia appare e ricompare continuamente. Per il giovane la conquista di una dimensione spirituale sarà lenta e graduale e
arriverà al momento fatidico del passaggio di testimone, con la morte del padre, una vocazione filiale sintetizzata poi in un semplice gesto di carità. Il film tocca vertici di
lirismo quando impasta sapientemente i caratteri dei protagonisti con la natura che li circonda (si veda la sequenza del risveglio nell’automobile perduta in un deserto di neve).
Alle suggestioni contribuisce la materica colonna sonora di Fowzi Guerdjou. Ma è nel ritmo avvincente e ieratico che Viaggio alla Mecca trova il suo respiro ideale,
nell’intarsiarsi di dialoghi e di silenzi assai allusivi, capaci di restituire la necessità di questo colloquio col sublime, con la bellezza di una fede vissuta nel silenzio interiore,
capace di resistere al rumore, spesso intollerabile, del mondo odierno.
© 2006 reVision, Francesco Puma |
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