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Million Dollar Baby

2h 17'

Regia: Clint Eastwood



Solitudine, forza di volontà, costanza, difesa contro il dolore, perdita della famiglia e sua ricerca. Frankie Dunn si reca a messa ogni giorno mettendo in imbarazzo il sacerdote con domande sulla santissima trinità, l’immacolata concezione, domande che non cercano risposte, provocazioni di un ex pugile che cerca di mettere chiunque al tappeto forse perché lui stesso lo è e non sa come e se rialzarsi.
Cominciamo col dire che Million Dollar Baby è il più grande film mai realizzato sulla boxe come filosofia di vita prima ancora che come sport. Sapere come mettere i piedi, come tirare indietro la spalla prima di un pugno, come distribuire il peso del corpo, come proteggersi dai colpi altrui, sono condizioni fondamentali per salire su un ring, qualunque esso sia. Boxare impone delle regole, richiede all’atleta coraggio, ma soprattutto nobiltà d’animo e rispetto per l’avversario. Ma la boxe, come in qualsiasi momento della vita di ognuno, può assumere tutt’altro aspetto nelle mani di gente senza scrupoli, senza cuore.
Million Dollar Baby è un film di vecchio stampo come la boxe che si rappresenta, come la palestra grigia, sporca, spesso semibuia in cui s’incontra una varia umanità, un microcosmo che per Frankie e Scrap (per questi in senso letterale) è casa. La palestra come luogo sospeso nel tempo, un rifugio il cui tuttofare Scrap incarna un particolare tipo di sacerdote, quello per cui non esistono domande sciocche o ovvie – al contrario di quello reale che si irrita ad ogni domanda di Frankie – con pazienza e interesse, il mediatore tra le persone e Frankie. Scrap, Frankie, Maggie. Tre personaggi soli che rimangono tali anche insieme, per abitudine, per necessità, chissà per cos’altro. E quando Frankie infine accetta di allenare la ragazza che ogni giorno per ore e ore, anche dopo la chiusura, è lì a sudare, è Scrap ad unirli ed è sempre Scrap a raccontare la vicenda scrivendo una lettera alla figlia di Frankie per cercare un ultimo atto da mediatore.

I personaggi di Eastwood hanno sempre un passato misterioso alle proprie spalle, un evento che li ha feriti a morte cambiandoli. Qui il vecchio Frankie ha perduto l’affetto di una figlia ritrovandolo in una ultratrentenne che si ostina a divenire una boxeur, una donna il cui carattere forte somiglia a quello di Frankie, che fa di testa sua contrastandolo, una donna dal passato doloroso e da un presente solitario lontano da una famiglia inesistente, la cui esistenza spartana – basta vedere il piccolo appartamento in cui vive per capire che nella sua vita non esistono fronzoli – ha un unico obiettivo, essere qualcosa per qualcuno per una volta nella vita.
Boxe e privato si confondono nelle vite dei protagonisti, l’uno richiama l’altro in un continuum narrativo efficace in cui s’intrecciano aspettative rese ancora vive dal desiderio di rivincita e altre messe in ombra dal trascorrere di un tempo di sconfitte. Frankie allunga i tempi di preparazione dei propri pugili anche se sono pronti a gareggiare al titolo mondiale coerentemente con la propria statica esistenza in cui l’evoluzione è nemica di un dolore che non ammette di essere lenito.
Un grande film questo di Eastwood, il migliore da Gli Spietati, dove la ricerca di umanità nel caos esistenziale di persone apparentemente rudi, di poche ma efficaci parole lasciate alla comprensione dei propri simili, dove l’incontro si realizza quasi annusandosi, torna con la forza esercitata a mezza bocca da un maturo regista che si ostina a raccontare persone irraccontabili. Potremmo rimanere qui per lungo tempo a decantare la superba fotografia di Tom Stern – i cui vent’anni di tecnico delle luci sono visibilissimi, prima di divenire direttore della fotografia con Mystic River (ma Eastwood non sbaglia mai?) -, la precisione della scenografia del quasi novantenne Henry Bumstead, la grandezza delle interpretazioni degli attori, tutti, di un Morgan Freeman eccellente, di un Clint Eastwood ormai leggenda della controespressione, di una Hilary Swank inquieta e minimale totalmente in parte (i cui complimenti per i movimenti da boxeur, tanto da augurarsi di non incontrarla mai sul proprio cammino, non sono certamente un elemento secondario da rilevare). Potremmo, ma sarebbe troppo per lo spazio a disposizione e sarebbe finanche troppo per un film da godere in autonomia centimetro per centimetro, inquadratura dopo inquadratura.
Million Dollar Baby ha tra gli altri, due punti di forza: una coppia formidabile, Freeman – Eastwood, e dei dialoghi da invidia per ogni sceneggiatore o dialoghista, in entrambi in casi la parola d’ordine è asciuttezza, complicità, brevità dei tempi d’intesa che provocano sospensioni e mezze frasi quasi da completare con l’altro. Asciuttezza, ruvidezza, miti e luoghi della cultura americana, quella luce improvvisa nel buio che rende umana la fatica di un vivere in assenza di un posto nella leggenda, meglio se da antieroi.

© 2005 reVision, Emanuela Liverani