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La Casa Dei MattiDom Durakov - 1h 44'
Regia: Andrei Konchalovsky Konchalovsky torna al cinema d’autore, dopo la parentesi delle produzioni americane, con una pellicola poetica e ricca,
che manipola la percezione della realtà valorizzando il luogo dell’incapacità mentale quale soluzione utopica all’aberrazione della
guerra. Il film, infatti, gioca sui paradossi che si attagliano in quell’impercettibile confine che separa la follia dalla normalità,
fino ad annullarlo per ipotesi o per provocazione ed eleggere la demenza ad unica via di fuga dall’orrore della morte. La furia accecata
dal sangue del conflitto ceceno si sovrappone alla visione distorta del mondo che hanno gli alienati, per diventare, infine,
la dimensione apatica di chi, vivendo della gratuità della violenza, è, forse, l’unico vero pazzo da commiserare.
Fin dall'incipit surreale del film nessuno capisce chi è il malato e chi il dottore nel manicomio in cui è ambientata
la vicenda, una sorta di isola di follia all'interno del caos generale. Il regista lascia spazio alla volgarità della guerra, tributandole
sacrifici di corpi e sangue, ma la rilegge sfruttando una chiave onirica, metafora di speranza in equilibrio geometrico tra senso ed
emozione, tra la sostanza dei bisogni e ciò che li appassisce, conscio che la saggezza umana, a dispetto di pregiudizi e luoghi comuni,
può risiedere nei posti più impensati, magari proprio nelle immagini lussuose di un sogno allucinato. L'assurdità della dinamica della guerra non è sottolineata solo dal candore inconsapevole dei folli, ma anche dalla lucida alienazione dei soldati impegnati nelle varie fasi della battaglia. Accade così che prima si combatta per la sopravvivenza o la vittoria per poi incontrarsi e scoprire di poter essere molto simili e non solo avversari in schieramenti contrapposti; che un momento prima ci si spari e che quello successivo si prepari uno scambio che accontenti tutti: soldi, alcool o fumo per esorcizzare l'ultima mattanza. Emblematico l’incontro tra i due comandanti nemici che scoprono di essere stati compagni d'armi in Afghanistan e, pur volendo fortemente rivivere i momenti del passato, sono costretti a reprimere lo sfogo dei sentimenti per la soluzione troppo grave tra desiderata e realtà o ancora il capitano russo che cerca sollievo alla sua disperazione chiedendo al medico qualche farmaco che gli dia la freddezza di continuare il massacro. Talvolta la sceneggiatura, preziosa ed attenta, perla di un film dai profondi contenuti, sembra forse troppo curata, artificiale perfino, in particolare nei dialoghi fra i malati (la maggior parte dei quali sono realmente ospiti di una casa di cura). Il manicomio è sia il luogo nel quale si integrano ricoverati e militari russi e ceceni che quello che giustifica un fisiologico ribaltamento dei ruoli, nella guerra vista come deviazione del comportamento umano. Il finale stesso non risolve la domanda se in realtà i pazzi siano quelli rinchiusi nel manicomio o i militari che sembrano confondersi con i malati che li accolgono e riconoscono come loro eguali. La condizione onirica diventa, per la narrazione filmica, la lente che trasforma il punto di vista dello spettatore e la storia di Janna,
una delle ricoverate, ne diventa il simbolo. Quando Janna ascolta la canzone "Have You Ever Really Loved a Woman" di Bryan Adams, il suo
fidanzato canadese, non ci sono più bombe né divise ad invadere il suo mondo, non precipitano più elicotteri nel cortile né cadaveri dal tetto.
Janna, soave e innocente, vive attimi di felicità nella sua dimensione allucinatoria che è il rifugio della mente, l'ostruzione alla violenza.
Singolare e riuscitissimo, dunque, il contrasto tra la vivacità senza briglie di personaggi-clown inseriti in un contesto di mera ripetitività
e le scene in stile video-clip, nelle quali compare come un angelo il cantante Bryan Adams che tutto intorno a sé colora ed illumina.Dentro la casa dei mentecatti l'atmosfera è piuttosto gioiosa, i tormenti sembrano tollerabili, tic e fobie risibili. Mentre le bombe sovietiche sventrano l'edificio, la vita continua come sempre. L’esistenza della multicolore comunità è scadenzata dalla regolare assunzione di pasti e medicine; la gioia più grande è il passaggio di un treno che illumina ogni sera le finestre della casa di cura. Quando, inaspettatamente, il treno non passa più e medici ed infermieri scompaiono, quel microcosmo, isolato dal mondo e dalla società civile, dovrà rendersi conto che la guerra è entrata, strisciando, anche in quel luogo protetto. La colorata comunità dei pazzi, circense alla maniera di Fellini, accoglie la novità della guerra dapprima con simpatia poi con disagio ed infine con terrore. Konchalovsky descrive con acume e languore la commiserazione per la delusione dei malati verso le aspettative, tradite, di cambiamento che quell'andirivieni di soldati aveva rappresentato per loro, così come l’ingenuità di Janna, crudelmente ingannata da uno dei soldati votati all'occupazione. Un film sulla guerra e sulle sue assurde atrocità. Konchalovsky indaga e denuncia, ma servendosi della materia dei sogni, spargendo l'amaro sapore del grottesco. Commovente è l'interpretazione di Julia Vysotsky, giovane moglie del regista, che, nel ruolo di Janna, interpreta il suo difficile ruolo con grande naturalezza. Konchalovsky conosce la materia che sta trattando, mostra senza pudore la sua esperienza maneggiando, con padronanza, l'assurda e spesso tragicamente surreale episodica della guerra ed ottiene, per la sua opera, a ragione, il Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival del Cinema di Venezia ed una candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero. © 2003 reVision, Elisa Schianchi |
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