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Dopo il MatrimonioEfter Brylluppet - 2h
Regia: Susanne Bier Helene e Anna sono madre e figlia, gli stessi occhi neri, lo stesso sguardo intenso e malinconico a rivelare un passato
doloroso, vissuto tra svariate sfumature di consapevolezza dovute all’età diversa. Ad interpretare le due donne del nuovo film di Susanne Bier troviamo due attrici
formidabili: la splendida Sidse Babett Knudsen e la conturbante Stine Fischer Christensen, forse destinata a diventare l’Emmanuelle Béart danese. La macchina da presa
della regista di Non Desiderare la Donna d’Altri (dove il recente conflitto in Afghanistan separava due fratelli dai caratteri opposti) e di Open Hearts
(dove un’improvvisa menomazione costringeva un uomo a rifiutare l’affetto della fidanzata) indaga sul mistero familiare delle sue protagoniste immergendole nell’abbacinante
scenario della campagna danese, il set della sua storia di ombre rimosse che affiorano all’improvviso e non a causa delle impercettibili simmetrie del destino (come
accade nei film del sommo Kieslowski) ma per un traumatico divenire di eventi a contrasto, come quello di un matrimonio che prepara un imminente funerale.Il film della Bier è dunque un melò intimista, analiticamente implacabile come vuole lo stile scandinavo, concentratissimo a rilevare il significato essenziale degli accadimenti e delle emozioni, dei moti psicologici e del retrogusto delle parole, attento a far affiorare i sottotesti che conducono i personaggi ad un confronto struggente sia con il privato sia con le tragedie della disarmonica civiltà contemporanea, come quella dei piccoli orfani dell’India più povera e distante, costretti a combattere quotidianamente contro le malattie e la fame. A suggellare questo legame travolgente tra le piaghe dell’individualità e quelle del mondo vi sono, in Dopo il Matrimonio, i personaggi maschili, perennemente
in fuga da se stessi e in cerca di redenzione: è il caso di Jacob (l’ottimo Mads Mikkelsen che presto vedremo nel ruolo di crudele antagonista nell’ultimo capitolo di
007), ex – alcolista scappato a suo tempo dalla donna amata che ha tradito e rifugiatosi in India dove è divenuto un missionario. Ora l’uomo è costretto a tornare
in Danimarca alla ricerca di denaro per il suo orfanotrofio. La proposta di un provvidenziale finanziamento di quattro milioni di euro arriva da un ricco uomo d’affari,
Jørgen (un travolgente Rolf Lassgård), il quale sta per accompagnare all’altare delle nozze Anna, colei che per tutti è sua figlia e che, in realtà, è stata generata da
Jacob. Questi è inconsapevole della parentela fino alla clamorosa rivelazione che avviene proprio il giorno delle nozze insieme al doloroso incontro con Helene, la donna
dalla quale l’uomo era fuggito, divenuta poi moglie di Jørgen e madre di due nuovi, biondissimi pargoletti. Questa sofferta paternità divisa alimenta un addolorato riflesso
d’identificazione psicologica tra i due uomini. Jacob rimpiange di non essere stato il padre esemplare che l’altro è riuscito a diventare e sfoga il proprio incontenibile
desiderio di legame filiale con l’afflato rivolto ai suoi orfani (particolarmente toccante è il suo dialogo telefonico con uno di loro). Ma Jørgen, consapevole della
paternità usurpata, è intanto caduto nelle spire di quell’alcolismo rifiutato dal missionario e va incontro ad un destino amaro che non riveliamo. All’eloquio irrituale
che irrompe come ingombrante pietra rivelatoria durante la cerimonia nuziale si sostituisce il silenzio commosso del rito funebre, suggellato dal gesto delle rose rosse
lanciate nella fossa dell’estremo saluto.La regista dirige questa storia di mancate affinità elettive con piglio fermo e con grazia speciale, supportata dall’equilibrata sceneggiatura di Anders Thomas Jensen (che ha diretto il sorprendente Le Mele di Adamo) e dalla curata fotografia di Morten Søborg, attenta a rivelare i chiaroscuri emozionanti della vicenda, cinematograficamente narrata seguendo a tratti le ormai trascorse regole del "Dogma" (soprattutto usando con parsimonia la macchina da presa a spalla). Candidato all’Oscar per il miglior film straniero e destinato con tutte le probabilità a conquistarlo, Dopo il Matrimonio è uno di quei melò pudicamente misurati (dove non mancano nemmeno le coloriture ironiche, qui concentrate nel personaggio della madre di Jørgen, giocatrice d’azzardo via Internet) che riesce per questo a commuovere fino alle lacrime. Non è poco ed è estremamente utile per combattere l’afasia emotiva derivata dall’orgia di sentimentalismo a buon mercato durante le presenti feste comandate (ormai soprattutto dalle regole del profitto) e dalla loro deprimente euforia. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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