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Il Matrimonio Del Mio Migliore Amico

My Best Friend's Wedding - 1h 45'



In amore, si sa, tutto è lecito, e Julianne Potter di macchinazioni, trame e trabocchetti è una vera maestra. Quando c'è da giocare, l'ultima mano deve essere la sua, quando c'è da combattere, la prima ad affilare le lame è sicuramente lei. Ed oggi Julianne è agguerrita come non mai: Michael, il suo migliore amico, il ragazzo con cui nove anni prima era stata fidanzata e con il quale, in seguito, quasi per gioco, aveva vagheggiato la possibilità di un matrimonio al compimento dei ventotto anni nel caso in cui entrambi fossero ancora stati liberi, sta per sposarsi con la più perfetta delle ragazze. Bella, dolce, intelligente e ricca, con Kimmy è ben difficile competere, ma i ventotto anni di Julianne si stanno avvicinando, e con loro la consapevolezza del suo amore per Michael, un sentimento per il quale è pronta a lottare con ogni mezzo. E così, pur rimanendo apparentemente fedele al proprio ruolo, eccola fingersi felice della scelta di Michael ed avvicinarsi a Kimmy come ad una cara amica, riempirla di consigli, di preziosi suggerimenti, per poi puntualmente pugnalarla alle spalle e cogliere i frutti delle proprie manovre... o almeno sperare di farlo.

Commedia sentimentale di spessore pressocchè nullo, che dovrebbe divertire puntando sulla simpatia di un personaggio del tutto sgradevole, Il Matrimonio Del Mio Migliore Amico non riesce minimamente a confermare la piacevole sensazione del film d'esordio dell'australiano P.J. Hogan, quel Le Nozze Di Muriel che, presentato al Festival di Cannes 1994, aveva tanto incantato pubblico e critica, contribuendo, fra l'altro, a rilanciare il mito degli Abba. La spontaneità e la freschezza di quei giorni sembrano ormai solo un lontano ricordo, così come la libertà creativa concessa dalla terra d'Australia: nuovi meccanismi, nuovi giochi di potere, ed ecco il nostro regista schiacciato dalla forza incontrollabile di un'industria americana che tende inevitabilmente, anche suo malgrado, a standardizzare tutto e tutti.

Di piacevole, qui, resta quindi piuttosto poco, e se non fosse per un paio di intermezzi musicali e la felice caratterizzazione di un personaggio - di uno solo, badate bene - potremmo facilmente dimenticarci dello sfarzoso matrimonio di Michael e Kimmy non appena varcatane la porta d'uscita. La scena dei titoli di testa, sofisticata ed ironica al tempo stesso, il pranzo che si trasforma in un piccolo musical d'altri tempi, lo spassoso canto etilico del fratellino dello sposo e dei suoi amici, è unicamente qui che si ritrova la vecchia mano del regista, in piccoli deliziosi frammenti del tutto avulsi, però, dal procedere amorfo della vicenda, piccole oasi, che quasi scambieremmo per un miraggio, in un deserto sconfinato.
E cosa dire degli attori e dei loro ruoli? Tutto risulta costruito attorno ad un solo personaggio e ad un solo nome: Julia Roberts e la sua Julianne, ed il più grosso sbaglio è proprio questo. Film dopo film continuiamo a non spiegarci a cosa possa mai essere dovuto il suo straordinario successo (bravura??? simpatia??? fascino???), ma qui si gioca addirittura ad affondare ogni figura che la circonda, ad eliminare ogni possibile ostacolo. Il povero sposo (Dermot Mulroney) è relegato ad una parte insignificante, quasi inesistente, la splendida Cameron Diaz, che con la sua semplice apparizione aveva dissolto il sia pur minimo interesse dello spettatore nei confronti della Roberts, viene imbruttita per tutto il resto del film, confinata nei panni di un personaggio insulso, perdente per vocazione. Ma resta però il buon vecchio George, l'editore di Julianne, il suo confidente, il più perfetto dei fidanzati, se non fosse per l'evidente omosessualità. E' lui, un bravissimo Rupert Everett, sia pure penalizzato, come tutti gli altri del resto, da un infelice doppiaggio, l'unico pilastro di una storia vacillante, un concentrato di intelligenza e simpatia che riesce, per quanto umanamente possibile, a sorreggere l'intero film.

© 1997 reVision, Carlo Cimmino



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