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La Masseria delle Allodole

2h 02'

Regia: Paolo e Vittorio Taviani



In occasione dell’uscita di questo loro ultimo film, i Taviani si sono affidati a Goethe citando, durante un’intervista, un suo scambio di lettere con Schiller, dove i due giganti affrontano, discettando di teatro, il problema relativo alla differenza tra registro epico e drammatico, così concludendo: "Forse i due generi possono scivolare l’uno nell’altro". Proprio in questo scivolamento è riscontrabile la cifra dello stile del cinema dei due magnifici fratelli, reduci da dignitosissime imprese televisive (le riduzioni di "Resurrezione" di Tolstoj e di "Luisa Sanfelice" di Dumas padre) e pronti ad affrontare le aspre polemiche (puntualmente esplose in occasione dell’ultima edizione della Berlinale) su questo loro scomodo, anzi scomodissimo, film che segna un ritorno da troppo tempo atteso.
La Masseria delle Allodole affronta, in modo epicamente lirico, lo scabroso episodio storico (rimosso dai libri scolastici e dalla nostra moderna coscienza civile) del genocidio degli Armeni perpetrato dai turchi nel 1915, dunque in piena Grande Guerra. Un milione e mezzo di vittime è una cifra da Olocausto, un crimine atroce che, dopo quasi un secolo, è doveroso evocare (ci ha già provato, sia pure solo per accenni, Atom Egoyan col suo sofferto e complesso Ararat – il Monte dell’Arca, mentre attendiamo di vedere come Robert Guédiguian, col suo ancora inedito Viaggio in Armenia, saprà mettere il dito nella piaga). Tratto dall’opera prima della sensibile scrittrice Antonia Arslan (italiana di origine armena), la pellicola dei Taviani ha il respiro necessario per poter non essere considerata un mero je accuse circostanziato. E’ chiara fin dall’inizio l’intenzionalità metaforica di questo straniato, intensissimo racconto sulla perversità di tutte le guerre (anche se tale levatura non ha impedito alle autorità turche, nel corso della kermesse festivaliera, di sciorinare le diplomatiche proteste di rito).

Nella piccola cittadina della Turchia, dove è ambientato il film, quel 1915 di guerra (mentre l’Italia, alleata con la Francia, si scaglierà contro l’Austria e l’impero turco, provocando la chiusura delle frontiere) sembra non influenzare più di tanto i ritmi della routine quotidiana. Uno dei nuclei familiari della comunità armena è quello degli Avakian, composta dal capofamiglia Aram (Tcheky Karyo), dalla moglie Armineh (Arsinee Khanjian, sposata nella vita con il regista Egoyan) e dal loro figlioletto Avetis (Niccolò Diana), assieme alle sorelle e alla zia Hasmig. C’è poi il primogenito Assadour (Mariano Rigillo), medico che esercita a Padova, e futuro erede della masseria che, nel frattempo viene restaurata. In occasione del funerale del patriarca, ancora ignari dell’odio alimentato dall’ansia di genocidio del partito dei Giovani Turchi, gli Avakian aprono le porte ai concittadini. Al rito partecipano anche alcuni conoscenti turchi: il colonnello Arkan (Andrè Dussollier) accompagnato dalla moglie (Enrica Maria Modugno) insieme ad Egon (Alessandro Preziosi) giovane ufficiale innamorato di una delle figlie dell’ospite, la bella e troppo giovane Nunik (Paz Vega), fino al punto di progettare una fuga con lei (sarà la selvaggia, razzistica incontinenza devastatrice ad impedire il legame). Dal canto suo, Assadour vorrebbe rientrare in patria ma l’improvviso evolversi degli eventi glielo impedisce.

L’orribile eccidio viene narrato dai Taviani dal punto di vista di questo microcosmo nel microcosmo: è il tradimento di Nazim (Mohammad Bakri), altro amico turco degli Avakian, ad attivare il massacro. Dentro la masseria si consuma la mattanza, senza pietà per i maschi della famiglia. Come in una macabra pantomima, il sanguinoso rituale, mostrato a macchina da presa ferma (come una roccia, avrebbe detto Rossellini), si consuma impietosamente. Alle donne armene superstiti (che conducono il piccolo Avetis costretto a vestire abiti femminili) non resta che un mesto esodo del deserto. Armineh, che ha stretto fra le mani la testa del marito massacrato, non ha più lacrime da piangere, mentre Nunik sembra aver acquistato d’improvviso un’atroce consapevolezza che ne ha indurito i lineamenti fino a farle smarrire qualunque afflato emotivo anche quando sarà costretta a concedere la propria verginità al gentile soldato Youssouf (Moritz Bleibtreu) in cambio di cibo per altre bambine in marcia. E sarà proprio Youssouf, innamorato della ragazza e disgustato da quel vortice di sangue provocato dai commilitoni, a denunciare (durante la sua testimonianza ad un processo sui crimini dei Giovani Turchi svoltosi quattro anni dopo i fatti) i delitti di cui si è reso complice, segnato per sempre dalla colpa di essere arrivato a decapitare con le sue mani l’amata. Altra conversione, di fronte a tanta bestiale determinazione, è quella di Ismene (Angela Molina) una lamentatrice greca che si unisce al pentito Nazim, sconvolto dal suo tradimento, nel tentativo di liberare le donne della famiglia quanto queste sono fatte prigioniere.

La Masseria delle Allodole è un’opera dolente e necessaria, un’acre elegia sull’insensatezza della natura umana quando questa si arrende ai fiumi velenosi del fanatismo ideologico. Il massacro, fatto di stupri e di sevizie, che assume proporzioni bibliche soprattutto quando le vittime sono i bambini, viene mostrato con un misto di determinazione e ritrosia. Rimangono impresse nella memoria la scena nella quale due donne, per sottrarre un neonato alla furia dei barbari, lo soffocano stringendolo l’una contro la schiena dell’altra; o quella dove una ragazzina, spinta dalla fame, riduce a preda da pasto una lucertola.
Fotografato con sobria intensità da Beppe Lanci (che regala una trasparente densità ai brulli e desertici paesaggi), montato sapientemente da Roberto Perpignani, commentato dai contrappunti mai invasivi della tesa partitura di Giuliano Taviani, il film dei fratelli si propone come apologo ammonitorio, in tempi come i nostri di guerre sante "infinite". Tutto l’orrore contenuto in questa recuperata pagina di Storia (mentre il popolo armeno aspetta ancora oggi il riconoscimento del proprio martirio) ricade sulle teste degli inconsapevoli, odierni assertori della bellezza della guerra.
Dai Taviani, anziani maestri di un cinema civile capace di declinare parabole universali (e d’indicare, pirandellaniamente, tutta la perversità dell’umana maschera della follia), impariamo anche un’altra lezione riguardo all’etica di chi del cinema vuol fare un’arte: che non si dà passione senza pietas, che non si guarda al futuro senza compiangere il dolore dei propri avi.

© 2007 reVision, Francesco Puma