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Mary

1h 23'

Regia: Abel Ferrara



Il cinema di Abel Ferrara è sempre più immerso nella vischiosità dell'anima. In Mary appare ancora più chiara l'impossibilità della parola. O meglio del Verbo, di affermarsi come indicazione "esistenziale". Ma prima di delimitare la questione delle parole sono prontamente i fatti a smentire posizioni, abitudini, atti quotidiani, pensiero. Gesù Cristo e Maria Maddalena sono personaggi ambivalenti, motori emozionali come Allah, Maometto o Budda. A Gerusalemme come a New York basta poco perché si (ri)palesi la figura del Cristo. Fermo restando che ci sono opere d'arte, altri segni, immagini in televisioni, giornali, film, nell'universo mediatico che elimina le distanze, che continuamente rielaborano la "necessità di trascendenza" avverso la dolorosa precarietà dell'essere umano di fronte al Mistero del Cosmo. E le varie rivelazioni sono il conforto per niente surreale per i popoli. Milioni di persone che oscillano tra vicinanza e pratica della Fede. La Fede che non è stigmatizzabile in qualcosa d'immobile, ma si manifesta in vesti e atteggiamenti differenti. Dalla presenza attutita, morbida, ma autoritaria in Chiesa (luogo che è raggiunto per un'ipotesi di certezza), alla concreta folgorazione, più o meno sulla via di Damasco, che necessita di mutamenti, variazioni improvvise ed impreviste della vita.

Abel Ferrara continua a porsi il problema della possibilità di percorsi difformi per avvicinarsi alla spiritualità delle religioni ufficiali. Così se il personaggio del giornalista televisivo Ted Younger/Forest Whitaker è abbastanza ordinario e comune, più straordinaria appare la conversione fulminea dell'attrice Marie Palesi/Juliette Binoche sul set del film "Questo è il mio sangue", anzi il miracolo sembra, nella sua accettazione laica, più morale ed etico rispetto all'arroganza di Ted e all'avidità di Tony Childress/Matthew Modine (la mancata intervista telefonica alla Binoche è una chiara accusa all'insensibilità religiosa). Il miracolo della conversione nel corpo tangibile dell'attrice è una sorta di prova inconfutabile della Religione e della Fede: smisurata e gioiosa, non contrastata dalla Ragione, luminosa nel suo impenetrabile Mistero.

Il cinema di Ferrara è un modello di complessità delle immagini. Forse per la prima volta, insegue i personaggi in chiave tutta zavattiniana, con le luci annegate in riflessi scuri della partecipante fotografia di Stefano Falivene. Il recente realismo di Ferrara, pensiamo soprattutto a Il Nostro Natale, è fatto da occhiate spietate, percezioni attente, spinte alla ricezione dei minimi dettagli del visibile nella loro più estrema coerenza quotidiana. Ma rispetto al film citato, in Mary le varie ipotesi religiose meccanicamente si riversano nella babele dell'immaginario mondiale. Ferrara, insomma, ci dimostra come la Storia recente, ma anche quella più lontana, sia il frutto di queste continue determinazioni e che sono, in modo verosimile, capaci di alimentare ogni tipo di sanguinoso conflitto tra popoli, proprio in nome di ideologie in contrasto (ebrei contro cattolici, ecc.). Così le varie proteste, gli atteggiamenti indifferenti, le speculazioni sul tema come quella del regista Tony Childress o le professioni di fede più o meno autentiche costituiscono gli aspetti intrinseci, le ineliminabili discordanze del mondo umano. Della religione, secondo la tesi ferrariana, non si può fare a meno, e la religione è profondamente compenetrata nel luogo mitico dei nostri immaginari, delle fantasie. Anche quando Ted cade in disgrazia per la gravidanza della moglie, associare il tradimento coniugale alla mancanza di fede sembrerebbe grottesco, ma è invece del tutto naturale che tra i pensieri del protagonista si insinuino tali dubbi e si possa così digerire tutta l'ipocrisia disperata di una genuflessione in Chiesa davanti al crocifisso.

Il cambio di set è in grado di avvicinarci al senso universale del discorso. Tra la Palestina di ieri e la Manhattan di oggi non c'è alcuna distanza per Dio, che opera in maniera arcana, ma sempre affidando al dolore la metamorfosi umana. Ed è proprio la sofferenza a caratterizzare, non solo la figura di Cristo morto in croce dopo orribili torture (come quelle implicitamente richiamate del film di Gibson, The Passion), ma la figura massacrata, lacerata, di Maria Maddalena, peccatrice, ma soprattutto donna odiata e reietta.
Da questi punti fondamentali Mary articola una messa in scena spesso concitata tra testimonianze discrepanti, opinioni e fatti severi. Lo sguardo di Ferrara sembra ancora più torvo ed affranto di fronte a questa miseria, alla ricerca affannosa di prove, da supportare e risolvere.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna