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La Guerra di Mario

1h 40'

Regia: Antonio Capuano



La guerra di Mario è la stessa dei tanti bambini delle periferie, prigionieri di un degrado urbano dove l’ottusità e l’ignoranza degli adulti provocano ulteriori e definitivi traumi. La guerra, il piccolo Mario la fa da solo, scontrandosi a scuola con insegnanti e coetanei. Cerca l’amore, Mario, innanzi tutto quello negato dai suoi genitori che però non impediscono, al Tribunale dei Minori, un suo affidamento ad una nuova famiglia. La rabbia del piccolo protagonista di questo film somiglia a quella del ragazzino di Dieci di Kiarostami: la stessa drammatica realtà di lacerazioni e quotidiane sofferenze, lo stesso doloroso concedersi alle asprezze della vita, un comune piccolo inferno dove regnano l’indigenza e l’ignoranza. La periferia napoletana è uno dei tanti ghetti del mondo, un carcere delle coscienze dove è difficile educarsi alla tolleranza e all’onestà. I genitori naturali di Mario vivono da sbandati (la madre non si regge in piedi e il padre è un delinquente): sono il simbolo di tante, troppe esistenze allo sfacelo. Basti la sequenza della festa a restituire l’idea di un degrado che rimanda alle resistenti teorie pasoliniane su una omologazione che ha cancellato persino le identità degli sconfitti.
Antonio Capuano è un regista che gode di grande stima da parte della critica sin dal suo esordio con Vito e gli Altri. Il pubblico si è però distratto al passaggio dei suoi film in sala, compreso quel Pianese Nunzio 14 Anni a Maggio con Fabrizio Bentivoglio protagonista che suscitò non poche polemiche mediatiche in occasione della sua presentazione veneziana. Capuano è un autore asciutto e rigoroso, capace di conferire una pudica qualità poetica ai suoi film. Il suo sguardo è lucido nell’individuare i mali più profondi di una società allo sbando, priva di nuovi valori certi, segnata dalla crisi economica e civile. In un tale contesto è facile allora che si perpetui l’ingiustizia nei confronti di un adolescente alla cui sofferenza nessuno sembra poter dare conforto.

La Guerra di Mario ha avuto per vetrina festival importanti come quelli di Locarno e Toronto e adesso è uscito in sala, imperdibile come altri film dedicati ai bambini invisibili. La vicenda di Mario è in sintonia con quella del diciannovenne di Il Suo Nome è Tsotsi, è simile a quella dei bambini africani di The Constant Gardener o dei All the Invisible Children, tutti ugualmente prede inconsapevoli d’istituzioni e leggi e forme etiche perverse. L’afasia dei sentimenti e l’ignoranza sembrano governare il mondo e nel suo microcosmo Mario prova a reagire, cercando di farsi coraggio nel mettere insieme una raccolta di foto di bambini in guerra, trovando poi il conforto di Giulia, la sua nuova madre, preda del desiderio di un figlio e capace di amare il piccolo adottato fino a compromettere la relazione con Sandro (Andrea Renzi), il suo uomo.
Mario così trova il calore di una famiglia benestante che è però rosa dal tarlo di problemi irrisolti. Giulia insegna storia dell’arte all’Accademia e cerca di gestire come può le sue aspre inquietudini. Ad impersonarla c’è una intensa Valeria Golino che regala al suo personaggio una maturità conquistata gradatamente, film dopo film. In verità, ne ha fatta di strada questa nuova Anna Magnani del Sud, verace e dolente che continua a sondare il difficile equilibrio della psicologia femminile, come accadeva ne Le Acrobate, il bel film di Soldini. Ne La Guerra di Mario c’è una sequenza di struggente bellezza, quella nella quale si racconta del rapporto tra una piccola rom e Giulia, l’occasionale gesto della donna che disegna la traccia del proprio rossetto sulle labbra della bambina, l’annuncio di un bacio che è una manifestazione di tenerezza irrefrenabile e sincera. Sandro, in quanto uomo, non riesce ad elaborare i propri rancori, negando il proprio ruolo di padre putativo. Alla donna non rimane che specchiarsi nel desiderio del figlio ritrovato fino a riconquistare la propria femminilità.

Capuano racconta una storia di incantevoli amori trasversali, quello consolatorio tra Giulia e il suo bambino, forse una possibilità in più di liberarsi del peso di ogni ingiustizia. I destini di madre e figlio seguono impervie strade parallele: a Mario non resta che aggrapparsi ad un cane che, alla fine, verrà travolto da un’auto, un episodio che annuncia i futuri tormenti del piccolo protagonista.
Mario, che ha il volto irresistibile di Marco Grieco, finirà col gettarsi, ad occhi chiusi, in mezzo al traffico in un gesto di sfida estrema come estrema è la sua condizione. La scenografia scarna e funzionale di Lino Fiorito identifica con scrupolo lo scenario di una desolazione urbana intollerabile mentre la fotografia di Luca Bigazzi dipinge una Napoli scabra che non rinuncia alla propria solarità, lavorando pure sui volti degli attori in clamorosi ed inquietanti primi piani.
Immagini di sogni ad occhi aperti e chiusi, in un evocativo bianco e nero, segnano i passaggi più emotivamente tesi di un film dignitoso e necessario, che ripropone un tema frequentato in una chiave di minimalismo poetico davvero affascinante. Un film che riesce a restituirci la dimensione universale di un piccolo universo rovinato, ancora troppo vicino a noi.

© 2006 reVision, Francesco Puma