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Gli Amici del Bar Margherita

1h 35'

Regia: Pupi Avati



Perpetuare la propria giovinezza con ostinazione è uno dei tanti tentativi umani di fermare il tempo. Ed è anche una delle condizioni su cui si è esercitato il cinema italiano per raccontare la way of life della provincia "babba", la buffa goffaggine esistenziale in cui si dibattono i caratteri, spesse volte emblematici, di personaggi posseduti dalla grazia del "vorrei ma non posso", stemperata in una specie di spleen minore che è tipico delle anime semplici. Di questa identità, immersa nella Storia del nostro inquieto Paese, si è sempre occupato Pupi Avati col suo cinema elegante e sagace. Le sue rievocazioni di costume hanno il timbro dell’elegia e raramente esibiscono un tono meramente nostalgico. Ultimo tassello del suo mosaico è questa storia corale ambientata in una Bologna degli anni Cinquanta (ricostruita a Cuneo), e dunque alle soglie del Boom, mentre nasceva la paleo-televisione e furoreggiava la retorica di Sanremo: l’Italia ripiegata su sé stessa ma ansiosa di rivalsa dopo la catastrofe bellica.
Gli Amici del Bar Margherita tratteggia con garbo personaggi che sono parenti dei vitelloni riminesi di Fellini e degli "amici" votati alle zingarate ed al cazzeggio da eterni adolescenti celebrati da Germi e Monicelli. In Avati, però, non troverete atmosfere oniriche né tantomeno degenerazioni farsesche condite di grottesco: il suo stile è votato ai mezzi toni malinconici strutturati in forma di commedia agrodolce, con un moderato sentimentalismo che lascia spazio ad acri sapori da apologo esistenzialista intriso di umoristico cinismo. Com’è sua consuetudine, il regista bolognese affida la narrazione ad una specie di alter ego che funge da io narrante: il diciottenne Taddeo (Pierpaolo Zizzi) da tutti chiamato Coso, per via del suo aspetto ordinario e del suo candore che lo fa somigliare a quel Nick Novecento, attore prematuramente scomparso, che incarnò l’ingenuità incantata e la puntuta perspicacia di una tipologia adolescenziale prediletta da Avati. Tra i suoi tanti personaggi–osservatori e narratori, ricordiamo anche il Carlo Delle Piane di Una Gita Scolastica e Festa di Laurea, modello di una maturità che ha conservato un ironico candore ed un macerato scetticismo.

Anche stavolta il microcosmo di provincia ha un suo luogo eletto: è il frequentatissimo Bar Margherita di via Saragozza dove aspira ad entrare, nell’anno di grazia 1954, il giovane protagonista per il suo apprendistato che da adolescente lo trasformerà in adulto. Il proprietario dell’ambito posto è Walter (Nico Toffoli), soprannominato Water dagli amici e soprattutto dal disinvolto, spudorato Al (a cui Diego Abatantuono regala, con bella misura, il proprio imponente carisma), uno di quelli a cui piace godersi la notte tra goliardate, abbuffate di lasagne e no–stop al night Esedra, facendo le ore piccole. Per Taddeo, il caporione è un modello: stringere amicizia con lui è il viatico privilegiato per essere ammesso alla corte degli adulti. Per questo, con uno stratagemma, il ragazzo millanta un interesse della madre (Katia Ricciarelli, prosperosa icona di bellezza d’antan) nei confronti del proprietario di un autonoleggio da cui affitta una vettura che gli consente di dare un passaggio notturno ad Al. Taddeo vive, oltre che con la madre, insieme al nonno Carlo (un ben ritrovato Gianni Cavina, storico volto di Avati), barbiere in pensione che scopre in ritardo la propria vocazione musicale, prendendo lezioni di pianoforte dall’avvenente insegnante Ninni (Luisa Ranieri). Cosa accada durante i loro didattici incontri non si sa, fatto sta che la giovane donna esce ogni volta ornata da gioielli di famiglia generosamente regalati dall’attempato allievo. Tra gli amici del Margherita incontriamo Manuelo (un Luigi Lo Cascio brillantemente ironico), ladruncolo d’auto di origine sicula affetto da irrimediabile priapismo (un "linfomane", come egli stesso si definisce). E c’è Zanchi (Claudio Botosso), che ama spacciarsi per l’inventore di una cravatta con l’elastico e che architetta una zingarata nei confronti del suo compare di bisbocce Gian (Fabio De Luigi), illudendolo di essere stato selezionato al Festival di Sanremo con una canzone dedicata al Bar Margherita. E ancora c’è Sarti (Gianni Ippoliti), campione di ballo perennemente in smoking, bravo a truffare preti e suore promettendo loro abiti su misura. Last but not least, si staglia su tutti l’eterno ingenuo Bep (il bravo Neri Marcorè), destinato ad un matrimonio sbagliato con la bruttina (ma prosperosa di seno) Beatrice (Maria Pia Timo), finendo vittima di uno scherzo da parte del gruppo intenzionato a rompere l’improvvido fidanzamento mettendo in mezzo la conturbante entreneuse Marcella (una spiritosa, affascinante Laura Chiatti): finito tra le sue braccia, il povero Bep ignora, però, che la sua promessa sposa è uscita con tutti i ragazzi del quartiere.

Questi ritratti femminili in parallelo svelano l’intenzionalità del racconto morale di Avati, la sua parentela con certe modalità della letteratura romanzesca classica: la puttana onesta e la "brava ragazza" che ipocritamente nasconde i propri pruriti sessuali sono due facce dell’eterno femminino. Mentre la variegata galleria dei personaggi maschili, presentati con le loro infantili debolezze ed irrimediabili nevrosi, è completata da tipi come Mentos (Bob Messini), rimbambito – si dice – dopo aver ingurgitato una bottiglia di cognac e Pus (Niki Giustini), così chiamato per via dei suoi numerosi foruncoli che gli deturpano il viso. Tratteggiati con abilità da umorista del Marc’Aurelio, i personaggi di Avati prendono corpo grazie ad un’abile sceneggiatura che prevede la voce off di Taddeo a legare i vari capitoli, come accade nel romanzo dello stesso regista composto parallelamente al film ed edito da Garzanti. Legatura di lusso è la colonna sonora firmata da un altro bolognese doc, Lucio Dalla (che fu diretto da Avati nel grottesco La Mazurka del Barone, della Santa e del Fico Fiorone), con l’ausilio di alcune canzoni d’epoca che, insieme alle eleganti scenografie di Giuliano Pannuti, fanno tanto retrò. E c’è naturalmente un’affettuosa evocazione del cinema che fu nella scena in cui, attraverso una selezione di comparse, si ricostruisce l’atmosfera del set di un film che, a suo tempo, girò a Bologna il grande Aldo Fabrizi: Hanno Rubato un Tram, nato da un soggetto di Luciano Vincenzoni e dove figurava come aiuto regista il futuro profeta degli spaghetti–western, Sergio Leone. Si adombra così il rimpianto per quel modo di raccontare l’Italia della gente comune, per quel realismo stemperato nei modi della commedia amara: una maniera che l’artigianato di Avati persegue con determinazione e che apparenta questo film alle ultime sue riuscite prove, Ma Quando Arrivano le Ragazze e il più acre e cupo Il Papà di Giovanna. Qui il disincanto del narratore si concentra sui particolari d’ambiente, individuando topoi e tipologie, concentrato su luoghi simbolici che evidenziano rituali d’iniziazione e di sfida, come il tavolo da biliardo e le gare d’auto, il tutto per scoprire il lato un po’ cinico e un po’ perverso (ma sempre profondamente ingenuo) della provincia "babba" dove Manuelo indossa gli occhiali K per illudersi di spiare le donne sotto il vestito e Taddeo, per conquistare una fanciulla, organizza la festa di compleanno nella stessa casa dove il nonno Carlo agonizza (e qui le citazioni vanno dal recente Elizabethtown di Cameron Crowe al più feroce Un Matrimonio di Robert Altman). In tale minimalismo malinconico, che sconfina nella satira di costume, c’è il timbro di questo Balzac dei nostri tempi, l’Avati che recupera il segno e il sottile rigore della commedia all’italiana che fu.

© 2009 reVision, Francesco Puma