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Ma Quando Arrivano le Ragazze?1h 46'
Regia: Pupi Avati Il cinema di Pupi Avati sta sempre dalla parte di chi resta a guardare mentre altri giocano
la partita e anche il suo ultimo film non fa eccezione, sfruttando la discrasia tra talento e passione per cogliere il punto di vista
di chi non spicca il volo. La storia è autobiografica, come spesso nella produzione del regista, scandita da una voce fuori campo che
rimarca la differenza fra la percezione del protagonista e l’apatico moto delle cose intorno a lui, mentre il passaggio di comete
simboliche punteggia l’alternarsi dei tempi della natura e dell’uomo.Il teorema è che impegno e tenacia non bastano a lasciare un segno ed è la consapevolezza del fallimento a rendere malinconici gli occhi dei personaggi che si agitano in questo universale dramma dei sentimenti umani, costringendo lo spettatore a guardarsi dentro e a darsi un voto. Ma Quando Arrivano le Ragazze? è la storia dell’amicizia fra due giovani di Bologna, Nick e Gianca, e del loro sogno, che è la musica. I due (Carlo Santamaria e Paolo Briguglia) si conoscono nel 1994 a Perugia, durante uno stage per musicisti nell’ambito di Umbria jazz, e iniziano un cammino comune fatto di prove, impegno e caparbietà. Gianca affida al sax non solo le sue emozioni ma anche le aspettative di un padre (Johnny Dorelli) che ha abbandonato la musica per una carriera più convenzionale e riversa, oggi, il calice del suo sogno infranto su un’impossibile rivincita. Nick, invece, si getta con ansia famelica sulla sua tromba per evadere e soffocare, nelle note, l’eco di una situazione familiare squallida. Il rapporto che nasce è fondato sul contrasto tra il ragazzo di buona famiglia, estroverso, sfrontato e inconcludente e il ribelle schivo, apparentemente timido, dall’enorme potenziale seduttivo che irretisce, per primo, lo stesso Gianca. Il percorso dei due inizia affiancato ma è destinato a dividersi quando il passo di chi è invaso dal talento diventa impetuoso mentre l’altro arranca e si arrende. Temi centrali, quindi, l’amicizia, l’amore, il tradimento e la passione, tutte componenti che fanno sì che una vita sia stimolante ma, allo stesso tempo, uguale a quella di chiunque altro e quindi universale: sentimenti, opportunità di essere felici o infelici sono gli stessi oggi come ieri e come sempre. Il 34° film di Pupi Avati, dunque, è un bel racconto di vita, incorniciato dalle profonde evocazioni della musica jazz anche se la
disillusione sul mondo dei giovani, incapaci anche solo di sognare che l’arte si trasformi in vita, è una nuova componente della sua
poetica. Anche per questo, forse, solo alcuni personaggi sono affettuosamente delineati e non possono non ingenerare immedesimazione
mentre l’impressione generale è che manchi, qui, quell’introspezione e quella profondità che avevano reso indimenticabili i protagonisti
di piccoli capolavori come Regalo di Natale.Un cast duttile nelle mani di un direttore d’orchestra esigente ma sensibile anima le pagine del romanzo ideale di cui la sceneggiatura sembra aver natura e si muove, credibile, nelle maglie di un film che è dolce, lento e malinconico anche se non del tutto riuscito. Un lavoro di immedesimazione a tutto tondo ha coinvolto Claudio Santamaria e Paolo Briguglia anche nelle performance musicali in cui ciascuno ha imparato a suonare il proprio strumento per "diventare" l’artista rappresentato e Johnny Dorelli, tornato sul grande schermo dopo 12 anni, nei panni di un jazzista fallito, interpreta in modo sorprendente una figura difficile e stratificata, capace di grande tenerezza nell’incitamento e crudeltà nella delusione. © 2005 reVision, Elisa Schianchi |
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