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Manderlay2h 19'
Regia: Lars Von Trier Non si può fare a meno di considerare Manderlay e Dogville un solo film. Una sola filosofia che è
quella caratteristica del cinema di Von Trier. Il cinema dell’evidenza, che in questi due capitoli sull’America prima del terzo che si intitolerà Wasington, nega il
dispositivo cinematografico. Lo mortifica, non in nome del programma Dogma, peraltro abbandonato e poi provocatoriamente ritirato in ballo, ma per l’obiettivo ambizioso che
si pone la registrazione dei fatti. Di qualunque fatto umano, passato, presente o futuro. Per questo il rapporto tra cinema e Storia per Von Trier significa innanzitutto negare
le escrescenze dannose delle scenografie maestose. Come un Kubrick al rovescio che utilizza la voce fuori campo onnisciente in una messa in scena autoreferente, senza l’ausilio
della verosimiglianza. Se in Kubrick la ricostruzione corrisponde automaticamente a lucidità d’analisi, in Von Trier la Storia è ricostruzione di un sentimento, un’esatta modalità
dell’essere umano. Von Trier assolutizza la percezione dell’occhio cinematografico fissandolo rigorosamente sul nocciolo emotivo, mentre l’iconografia ha soltanto una valenza
teatrale, assimilabile alla superficie del palcoscenico in una performance tipicamente brechtiana. L’uso della macchina da presa è quello usuale: riprese mobili ravvicinate, a
contatto con i corpi, e quelle zenitali che sono visione trascendente dall’alto e manifestazione della presenza divina attraverso la voce fuori campo, che descrive anche l’azione.
Come se Von Trier volesse coniugare il mistero di una presenza "altra" - che possiamo anche non far coincidere per forza con Dio, ma con la Diversità tout court, e le paure discendenti
da questa manifestazione - con la miseria dell’umanità, architettando allo scopo una serie di corpi-oggetti da esperimenti; per questo la Kidman o la Howard probabilmente sono la
medesima carne da macello, cavia per l’occhio del regista con differenze davvero esigue e solo per chiacchiere da rotocalchi triviali.
Per Von Trier esiste una forma di santità terrena sempre in lotta con la crudezza di un fatto non visto, di un "elemento del crimine", come in
questo caso è la morte della bambina causata dalla fame che affligge la comunità di Manderlay. Tutto ciò che accade deve essere svelato, scoperto, perché profondamente nascosto tra
le righe. E l’ispirazione del romanzo sadomaso "Histoire d’O" di Pauline Réage ci rivela la chiave di lettura di un rapporto molto più controverso nella relazione tra bianchi e negri,
illuminando la schiavitù di un’altra luce. Ma non sembra una tesi molto forte nel film. Più che altro si respira il clima decadente di qualsiasi sistema organizzato. Si percepisce
l’aria di perenne disfatta che caratterizza le comunità umane e il fallimento di un’ipotesi, la democrazia. Per questo i laboratori speculari Dogville
e Manderlay sono perfetti per addentrarsi nei vizi e segreti dell’anima umana, visualizzata in modo straniante dalla messa in scena di Von Trier, perché se il thriller o il melò
di Le Onde del Destino e Dancer in the Dark erano efficacissimi nel creare degli autentici paradossi dell’anima, in Manderlay
(come del resto Dogville) la partecipazione è spesso pregiudicata dall’esposizione delle tesi più che dalle vicende probatorie, come quella succitata
della morte infantile, che sono deboli dal punto di vista drammaturgico per la solita privazione d'empatia. Insomma, è difficile piangere, ma si è sottosposti da spettatori, all’elaborazione
fredda di un altro probabile lutto: la scomparsa della compassione, la pietà è un sentimento eterodiretto, relativo a status di potere, più che a sentimenti genuini. E qui dice bene
Dante Albanesi, nella recensione a Dogville: "Per Trier si è buoni fintantoché si è inermi, finché non si hanno i mezzi, l'ingegno, le occasioni, la
superiorità economica intellettuale fisica per poter produrre il male. Tra essere gangster criminali e tiepidi cittadini di un paesotto c'è soltanto una piccola differenza di potenziale,
di Potere. L'inferiorità costringe alla mitezza. Siamo buoni solo perché siamo deboli".
© 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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