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The Manchurian Candidate

2h 10'

Regia: Jonathan Demme



Al principio c’è uno dei migliori film di John Frankenheimer, Va’ e Uccidi (The Manchurian Candidate, 1962), tratto da un romanzo di Richard Condon, racconto di complotti neri e rossi ambientato durante la guerra di Corea e realizzato nell’ultimo scorcio dell’amministrazione Kennedy. The Manchurian Candidate è dunque un remake, il rifacimento di un famoso film di quarantadue anni fa quanto mai attuale che Jonathan Demme ricrea pensando al presente.
C’è un aspirante alla vicepresidenza eroe della prima guerra del Golfo, un ex commilitone che comincia a ricordare, un’azione militare conclusasi con la salvezza di un plotone i cui componenti pensano di dover ringraziare un eroe che invece sembra non esistere.
La memoria, vera protagonista del film, quale arma per combattere un oblio pericoloso, determinante per le sorti di un popolo. Memoria personale quella di Ben Marco (Denzel Washington), che rappresenta la chiave per sconfiggere un complotto ordito da una lobby industriale per attuare un colpo di stato mascherato da consenso popolare per mezzo dell’arma più rappresentativa della democrazia, le elezioni. Dietro l’insipido Raymond Shaw (Liev Schreiber), manovrato da una madre potente e senza scrupoli, la senatrice Prentiss (Meryl Streep), c’è la sconfitta degli ideali, c’è il sogno americano diventato ipocrisia.

Marco inizia a sognare, i sogni divengono flash da prendere in considerazione fino ad insinuare forti dubbi. La riemersione della memoria secondo fasi lente ma inesorabili è il campanello di allarme di un intervento esterno, qualcosa che ha tentato di cancellare la verità, prassi nota in USA e adottata sino agli anni Settanta nei confronti di chi sapeva troppo. Manipolazione delle persone intervenendo sulla memoria (dalla stessa prassi sono stati realizzati in laboratorio molti killer politici), manipolazione della vita politica di una nazione intervenendo sul corso di eventi collettivi, così si attuano le illecite prese del potere se si vuole conservare l’apparenza della democrazia, se si vuole conservare l’ideale di terra libera abitata da uomini liberi.
The Manchurian Candidate si svolge in un clima clasustrofobico in cui il lungo incubo di Marco pone la realtà in bilico con un possibile immaginario passibile di essere la realtà vera, lo stesso bilico che può minacciare Marco oppure far crollare un sistema politico corrotto, uno stato d’inquietudine che pervade cupamente un film che manifesta lo stato d’animo di chi pensa che il proprio paese abbia bisogno di verità, di memoria storica. La tensione provocata dagli intrighi degni dei migliori noir si scioglie infine senza vincitori, la commistione di realtà e sogno offre un percorso da thriller psicologico.
The Manchurian Candidate è un remake con un’autonomia da film originale che palesa le preoccupazioni di un popolo in parte conscio della necessità di mettersi in discussione nel mezzo della follia di questo nuovo millennio, cronologicamente ultima tappa evolutiva dell’uomo, nei fatti un secolo molto molto antico.

© 2004 reVision, Emanuela Liverani