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Mamma Mia!Un musical da dimenticare Ci sono fenomeni popolari che non si spiegano, esistono e basta. Che 4 biondi e bei ragazzi
svedesi tra metà anni ’70 e primi anni ’80 abbiano venduto oltre 400 milioni di dischi in tutto il mondo, e continuino a venderne
milioni 35 anni dopo il loro scioglimento è un dato di fatto. Gli ABBA sono stati uno dei più grandi fenomeni del pop in anni
in cui la disco-music dominava le hit parade, e le loro canzoni semplici, ritmate, allegre e dai refrain orecchiabili e cantabili
hanno conquistato il mondo nonostante lo snobismo generale. Composti da due coppie per un certo periodo sposate tra di loro e
separatesi all’apice della popolarità, gli ABBA hanno capitalizzato sul loro mai declinante successo dando vita, assieme alla
librettista inglese Catherine Johnson, al musical Mamma Mia!, dal titolo di una delle loro canzoni più celebri, che ha
spopolato ovunque tranne che in Italia, dove non è mai arrivato. Il nostro pubblico dunque è digiuno del fenomeno massmediatico
che ha preceduto la realizzazione del film.La trama del film è solo un esile pretesto: presa in prestito da un film con Gina Lollobrigida, Buonasera Signorina Campbell, inizia alla vigilia del matrimonio di una ragazza ventenne che vive con la madre, un’americana single, in una splendida isoletta greca dove gestisce con lei un piccolo albergo. Scoperto per caso il diario di gioventù della madre, la ragazza viene a sapere che il padre, a lei sconosciuto, potrebbe essere uno dei tre amori della mamma di tanti anni prima. Invita tutti e tre al matrimonio per scoprire chi chiamare papà, e ovviamente la vita farà il suo corso. Mamma Mia! appartiene a un genere ribattezzato jukebox musical, visto che nessuna canzone è stata scritta ad hoc
ma i numeri e la storia procedono utilizzando motivi pre-esistenti, in questo caso quelli degli ABBA, appunto. Questo limita
assai il godimento del film per chi non sia proprio un fan spassionato del gruppo, anche perché le voci non sono quelle degli
interpreti originali, ma quelle spesso carenti di noti attori. All'epoca d'oro dei musical pur di non far torto al pubblico si
doppiavano le voci dei protagonisti, come avvenne in West Side Story per Natalie Wood, Richard Beymer e Russ Tamblyn.
E' vero che per cantare le canzoncine degli ABBA non sono richieste voci impostate, ma nel caso di Pierce Brosnan, ad esempio,
mancano anche le armonie di base.Il problema principale di questo film, però, sta a nostro avviso proprio nel manico, ovvero nella regia di Phyllida Lloyd, che ha diretto la versione teatrale ma che ignora la grammatica elementare della messa in scena cinematografica. Questo è un problema che accomuna questo film al pur migliore The Producers, e forse sarebbe il caso di affidare la regia dei musical teatrali a registi di comprovata fama (come a suo tempo si fece con Il Violinista sul Tetto e Jesus Chist Superstar, diretti al cinema da Norman Jewison, e Hair, portato sullo schermo da Milos Forman) o di fare un corso accelerato di regia cinematografica ai registi teatrali. Ci sono com'è ovvio le debite eccezioni (Rob Marshall) ma la regola sembra essere questa. Nell’ansia di fare di questa storia un inno alla vita, alla gioia e alle seconde possibilità (nonché anche ai piaceri dell'imminente
terza età), gli interpreti vengono incoraggiati ad esagerare, ad andare sempre e beatamente sopra le righe. Purtroppo non tutti
sanno abbandonarsi al gioco con parsimonia: passi Meryl Streep in salopette (a lei si perdona tutto, anche se la sua performance
in certi momenti ci ha irritato) ma i protagonisti maschili risultano assai impacciati mentre le donne, soprattutto Julie Walters,
esagerano in smorfiette e manierismi. Al confronto con questi marpioni del grande schermo che fanno di tutto per rubar loro la
scena, gli attori giovani ci sembrano a dir poco evanescenti.Un esperto dei meccanismi cinematografici avrebbe probabilmente operato una scelta, puntando in alternativa sul naturalismo delle interpretazioni o sul grottesco, toni che in Mamma Mia! continuano a intersecarsi ingenerando confusione nello spettatore. Se Priscilla la Regina del Deserto di Stephen Elliott era un rutilante, coinvolgente e convincente omaggio al fascino ultra pop del quartetto svedese, qui non si osa nemmeno calcare il pedale sul kitsch insito in certe situazioni, ma si favorisce la lacrima e lo scorrere di eventi non tutti coerenti con una logica narrativa (non è un po’ troppo "vecchia" Meryl Streep per avere una figlia ventenne concepita all’epoca dei figli dei fiori? Come fa quest’ultima a rintracciare gli ex della madre che non li sente da 20 anni?) che almeno al cinema – quando non sia dichiarato il valore di fiaba della storia – vorrebbe un minimo di rispetto. In fondo, di tutto questo allegro sgambettare, rincorrersi, negarsi e innamorarsi che vediamo sullo schermo, ci sfugge proprio la necessità. Forse saremo ciniche, ma ci viene il sospetto che il vero motivo per portare questo musical nelle sale sia soltanto, per dirlo proprio col titolo di una hit degli ABBA, “Money Money Money”. © 2008 reVision, Daniela Catelli |
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