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Dal Mali Al Mississippi

Feel Like Going Home - 1h 23'

Regia: Martin Scorsese



"Non esistono neri americani. Esistono neri in America." Su questa traccia del musicista africano Ali Farka Touré scorre l’ultimo viaggio di Scorsese: i suoni di una riva (John Lee Hooker, Son Thomas, Othar Turner...) che rimandano i suoni dell’altra riva (Salif Keita, Toumani Diabaté, Habib Koitè...). Blues, il tempo di un ritorno.
Ne L’Anima di Un Uomo (primo dei sette episodi della serie "The Blues", promossa dallo stesso Scorsese), Wim Wenders ricostruiva splendidamente sequenze e atmosfere, scopriva echi e connessioni, inseguiva testi e immagini inedite, col tipico eclettismo puntiglioso del saggista postmoderno europeo. La dimensione di Scorsese è invece quella dell’epica. La musica che filma, prima di essere espressione culturale, è puro spazio. È geografia, sociologia, storia. È un’eco tra due continenti, solida e indistruttibile come le catene di uno schiavo. Ciò che in Europa va perduto, nella visione di documentari come questo, è il concetto di "prossimità delle radici": gli USA ascoltano la registrazione di un riff degli anni ’20 con la stessa soggezione filologica con cui in Italia studieremmo i pentagrammi ingialliti di un canto medievale. In America gli albori sono più vicini, a portata di due-tre generazioni; e il Blues, al di là di ogni possibile giudizio estetico, reca in sé il concetto di Inizio, di manifestazione primordiale. Le parole strillate, masticate, bofonchiate dai neri del vecchio Sud sono quasi un’altra lingua, magicamente perduta. Da accompagnare con sottotitoli in inglese, come dinanzi a un testo sacro.
Forse è proprio questo ciò che Scorsese insegue da sempre: la nostalgia di una grande famiglia, il desiderio di riabbracciare gli antenati. Il suo è un pellegrinaggio ultraterreno, quasi dantesco, tra voci-corpi perduti e sofferenze patite, impossibile da compiere da solo, ma con l’aiuto di un "Virgilio" (il blues-man Corey Williams). Dove il blues, la musica improvvisata per eccellenza, ritrova il suo equivalente visivo nelle immagini rubate del cinema documentario. E in questo ritorno alle origini, che era già centrale nel suo precedente Il Mio Viaggio In Italia (sulla storia del cinema italiano), il blues di Muddy Waters e Paisà di Rossellini si muovono sulle stesse onde: quelle che lo riportano al di là dell’oceano, in Mali o in Italia. È in queste terre che nascono i suoi occhi e le sue orecchie. È per questo che Gangs of New York non può non essere girato a Cinecittà, e con la musica di Othar Turner. Perché Leonardo diCaprio è l’ultimo degli sciuscià di De Sica. E perché non esiste una Storia Americana. Esistono storie emigrate in America.

© 2004 reVision, Dante Albanesi