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Malèna1h 45'
Regia: Giuseppe Tornatore La figura di Malèna, taciturna e segreta, è una presenza quasi unica nel cinema contemporaneo, ormai definitivamente affogato nella
chiacchiera e nell’esplicito di marca televisiva. Monica Bellucci pronuncia due battute nel primo tempo e tre nel secondo tempo; per il resto si limita ad attraversare
altera e contenuta i vicoli e le piazze della sua città. Il suo è dunque un personaggio da cinema muto, "guardato" più che "agito", un corpo che si limita ad un puro
esistere e che sparisce lasciando intatto il proprio mistero. Come il mito per Roland Barthes, Malèna è una forma vuota che ognuno può riempire dei più differenti
contenuti: i cicisbei e le invidiose del paese possono attribuirgli un numero sterminato di amanti, mentre il giovane protagonista e Tornatore possono vestirla dei
panni di qualsiasi eroina, da Cleopatra a Maria Maddalena. E con geniale simmetria il padre di Malèna non può non essere sordo, ovvero impermeabile ad ogni eccitata
diceria, estraneo al lavorio dell’immaginario popolare che giorno e notte innalza cesella perfeziona i più disparati aneddoti attorno al corpo di sua figlia.
Ma al di là di questo non comune esperimento, c’è il solito Tornatore che da anni si ingegna di conciliare due tra i più sublimi esempi di cinema italiano: Leone e Fellini. In due parole: i primissimi piani, i crescendi di Morricone, le scene dilatate fino allo spasimo, i dolly vertiginosi vengono da Leone; il macchiettismo di provincia, la satira verso Dio Patria Famiglia, l’ossessione sessuale, i calzoni corti in bicicletta sono invece tutti di Fellini (e dire che in Malèna vi sono scene copiate da Amarcord è scoprire l’acqua calda). La risultante dei due vettori è un "leone fellinizzato", chimera ancor più improbabile del "bladerunner wendersiano" partorito da Salvatores con Nirvana. A questa coppia stilistica se ne aggiunge un’altra tematica: la Sicilia e il Cinema. Il corollario che fonde questi quattro elementi è la dimensione temporale: gli anni
’40 e ’50 (da filmare, come ormai hanno imparato anche i pubblicitari, con immagini virate in marrone). Da Nuovo Cinema Paradiso a L’Uomo Delle Stelle,
Tornatore resta prigioniero di questi dogmatismi narrativo-formali (o forse è cosciente che questi sono gli unici mezzi per restare a galla, in un mondo dove un’allegra
scemenza di Panariello incassa miliardi). Non a caso, l’unica volta che Tornatore riuscì a mettere da parte cinefilia, Sicilia anni ’40, fellinate e leonismi, lasciando
al centro della scena soltanto la sua immensa passione per la regia, creò il suo capolavoro: Una Pura Formalità, ingranaggio lucido e perfetto come un diamante.
Ma gli sperimentalismi non danno Oscar, e per non smarrire il credito guadagnato oltreoceano, Tornatore si abbassa a filmare la Sicilia con l’occhio turistico di un regista hollywoodiano, collezionando capelli corvini fluenti e spiagge rocciose, barbieri pettegoli, avvocati libidinosi, coppole e chiese barocche, case di tolleranza e insulti al Duce, per concludere con la sfilata trionfale dei soldati sulle jeep a stelle e strisce, mentre distribuiscono cioccolata a ragazzini festanti e denutriti. Per questo motivo, siamo costretti a criticare Tornatore non per quello che sarebbe (il più importante talento visivo del nostro cinema), ma per quello che il mercato lo costringe ad essere: un discreto regista americano. © 2000 reVision, Dante Albanesi |
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