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Paul Thomas Anderson

Un'eredità controversa



"Ti ho detto che non è il mio erede!" - Robert Altman lo scandì, questa volta. Il barracuda gli aveva ancora strappato la canna dalle mani, e questo lo faceva infuriare. "Non è mica che basta intrecciare una certa quantità di storie, per girare come me." Da quando aveva dichiarato che non era poi così sicuro che Kubrick fosse un genio, Altman doveva per forza strapazzare quelli nuovi - un po' per sana cattiveria e un po' per coerenza. Ma la questione di Paul Thomas Anderson o - come i titoli di testa del suo Magnolia più succintamente riportavano - P.T. Anderson, non era di quelle facilmente aggirabili.
"Viene questo tipo, l'aria di uno che alle poste non so se lo impiegano, si mette a girare un bel mazzo di storie e - qui lo strattone del pesce gli fece perdere il fiato - tutti a dire che è il mio erede. Tu, piuttosto. Dai un'occhiata a quei primi tre rulli. Dimmi tu se non è il tuo erede, Marty."

I primi trenta minuti di Magnolia. Dinamite pura, signori. Un inizio esagerato, da non riuscire a seguirlo nemmeno se avete sedici anni, il cervello frullato dal punk rock e centomila ore di volo sulla playstation. Voice over e musica a tappeto. Musica che detta il ritmo delle scene, dialoghi che si impastano alle liriche. Dissolvenze tanto rapide che ti portano dal primo piano di un vecchio in fin di vita alle radiografie dei suoi polmoni malati prima che tu ti accorga di essere da un'altra parte, in un'altra storia.

Martin Scorsese si prese più tempo di quello che ci voleva per finire d'annodare la lenza. Era meglio parlare ponderatamente e a ragione, con Altman. Se la prendeva più facilmente dei suoi amici di Little Italy.
"Hey, hey. Il ragazzo, come hai detto che si chiama? Anderson? Il ragazzo non è male. Cristo, a ventinove anni ha girato una cosa come Magnolia quando avevo la sua età, al massimo mi cacciavano dai set perchè cercavo di fare un film tutto a totali. E questo arriva e ti infila - nella prima mezz'ora, carrelli a velocità doppia, piani sequenza spiazzanti e velocissimi. E la musica su tutto, e una buona musica. Ok. E' bravo. Ma mi sembra che non c'entri proprio niente con quello che interessa me..."

Forse neanche a Scorsese andava tanto giù che al ragazzo (a vederlo sembrava al massimo un lifter d'ascensore) mettessero in mano fin troppi bigliettoni per girare un film di tre ore e dieci con Tom Cruise e Julianne Moore, quando lui più o meno alla sua stessa età doveva pregare in ginocchio per convincere Corman a sganciare qualche cent in più. Senza contare che con questa storia degli eredi e delle erdità lo avevano fin troppo scocciato.

"Niente di quello che mi interessa...", ripetè Martin.
"Nemmeno un morto ammazzato in campo", tagliò corto e sarcastico Altman lisciandosi l'appuntita barba bianca. "Tu in quelli sei divertente..."
"Cosa intendi per divertente? Divertente come? Divertente come un clown?" rispose Scorsese alzando la voce e brandendo la canna da pesca.
Altman rimase immobile. Dopo aver girato Mash, non perdeva la calma quasi con nulla. "Divertente come la morte improvvisa del cameriere in Quei Bravi Ragazzi, diciamo. Divertente come possono esserlo i tuoi morti ammazzati."
Avevano un modo strano di farsi i complimenti, quei due.
"Beh, ma anche Anderson lo sa fare, quello!" irruppe Tarantino da sotto coperta. Altman e Scorsese si guardarono negli occhi e si fecero rapidi e quasi invisibili gesti reciproci. Anche questa volta, sarebbero finiti per litigare su chi dei due l'avesse invitato. Il ragazzo non capiva niente di pesca e, dannazione, parlava, parlava, parlava. Però conosceva tutti i loro film a memoria, cosa che alle volte poteva tornare utile.

"In Boogie Nights, cazzo, c'è questa scena della rapina... e la scena del tipo con i petardi! Paul li sa fare eccome, i cervelli che saltano" - e qui trattenne anche lui un attimo il fiato. Parlare a 180 battute al secondo e salire una scaletta che ondeggia in mezzo al mare riesce difficoltoso anche ad uno di trentasette anni che abbia il metabolismo abbastanza disturbato da scrivere roba come Dal Tramonto All'Alba.
"Certo, la faccenda richiede un minimo di classe...". Ora Tarantino gongolava con lo sguardo di Michael Madsen nelle Iene, "ma Anderson, se vuole, lo sa fare".

In effetti, all'uscita di Magnolia, Tarantino era l'unico del gruppo più o meno stabile della pesca al barracuda ad aver tirato un sospiro di sollievo. Il film era lungo più di Pulp Fiction e pieno di storie che si intrecciavano, ma non c'era traccia della violenza che aveva portato molti critici acefali a parlare, per la novecentoquindicesima volta, di "tarantinismo" a proposito di Boogie Nights, l'opera precedente di Anderson. Così, Quentin si godeva la gita in barca e, benchè Robert e Martin lo usassero solo per infilare le esche sugli ami, si sentiva su di giri. Nessuno gli andava dicendo che Paul Thomas Anderson era il nuovo Quentin Tarantino. Si sentì in diritto di continuare: "Sapete cosa vi dico, ragazzi? Paul mi sembra come Beck."
Immaginando il cervello di Altman impegnato a visualizzare una bottiglia di birra, Tarantino si passò il pollice sul mento e aggiunse a mezza voce: "Bob, dico quello di "Loser". Beck il cantante".
Sguardo di traverso.
"Beh, insomma, Beck è uno che non si capisce come, da giovanissimo, ha già in mente buona parte della tradizione musicale americana. Non si sa da dove gli arrivi. Poi magari suona qualcosa di non proprio sperimentale, ma ha tutto il passato in testa. E Andeson uguale. Non è che sia solo l'erede di questo o di quello Non è mica come quei cazzoni degli Oasis che se agli inglesi non dava di volta il cervello per la nostaglia dei Beatles erano ancora a fare i facchini. No. Anderson è come Beck. E' uno che inizia un film con il bianco e nero in formato quadrato delle origini, e lo monta come a Mtv se lo sognano. Usa la colonna sonora come Marty e intreccia le storie come Bob, storie comuni e desolanti come quelle di America Oggi" - sguardi di traverso - "ma poi raffredda il tutto e si inventa delle figure di perdenti che nemmeno in Happiness...."
Un colpo di tosse echeggiò dal fondo della barca. Ma non fu quello. Furono gli sguardi incrociati di Altman e Scorsese che convinsero Quentin a ciò che nemmeno Bob e Harvey Weinstein della Miramax riuscivano a fargli fare. Si zittì.

I tre fissavano il mare. Alla fine parlò anche il proprietario del colpo di tosse, l'occhialuto taciturno seduto in fondo alla barca e rispondente al nome di Todd Solondz, chiamato in causa suo malgrado assieme al secondo film che aveva girato, Happiness appunto - del resto, anche su quella barca era suo malgrado. Ci era salito solo perchè Scorsese aveva pensato che un po' di aria di mare non poteva che fargli del bene.
"Magnolia è un film sulla famiglia. Non cattivo. Un film sulla famiglia e sul cancro, direi". Altman e Scorsese ascoltavano. Anche a Solondz, all'inizio, non avresti dato una cicca dall'aspetto esteriore. Ma quando lui parlava, ascoltavano. Forse perchè parlava molto più lento e molto meno sicuro di Tarantino. O forse perchè, dopo che hai dimostrato di essere in grado di girare una scena in cui un padre spiega al proprio bambino dodicenne che ha violentato i suoi compagni di scuola, qualunque regista intelligente al mondo ti starebbe ad ascoltare, leggessi pure l'elenco del telefono.

Silenzio, a questo punto. La pesca non era stata granchè, e nemmeno la conversazione, in fondo. Di solito, erano piuttosto concordi su alcune cose - cose nemmeno da dirsi: chessò, un giudizio su David Fincher... Ma Magnolia era una faccenda complessa. Era uno di quei film che Francois Truffaut (erano altri tempi), definiva "capolavori malati". Anzi, meglio ancora. Era la dimostrazione di una genialità quasi tutta a venire. Quasi tutta, cioè, da maturare.

La genialità di Paul Thomas Anderson. 1 gennaio 1970. Profeticamente nato a Studio City, California, USA. Trent'anni. Tre lungometraggi. Uno, Sidney, appena sufficiente. Il secondo, Boogie Nights, sorprendente per un ventisettenne: un film lungo e complesso, divertente e affastellato. Il terzo, Magnolia, oggetto della discussione di cui sopra.

"Troppo facile partire a razzo e rimanere spompati a mezza strada" ghignò Altman. Aveva ragione. La prima mezz'ora di Magnolia è esageratamente bella. Il resto, poi, è a calare.
Tarantino ribattè: "Fossi in lui, mi farei montare i film da Robert Rodriguez".
Ostilità di sguardi, come sempre quando Tarantino chiamava in causa il suo protetto. Ma questa volta anche lui aveva ragione. A parte il fatto che l'unica cosa che sapeva davvero fare Rodriguez era montare, era vero che un montaggio migliore avrebbe reso Magnolia un capolavoro permanente, anzichè la testimonianza di un notevole talento in attesa di piena esplosione.

"Cioè - continuò Tarantino - il problema di P.T. è che ha visto troppo Beautiful. Le sue storie si sdilinquiscono un po', nel corso del film, ma quello che è peggio è che ogni tanto si congelano. Tra una storia e l'altra il tempo si ferma, non succede nulla, i personaggi rimangono cristallizzati in attesa che noi torniamo a seguirli. Come in Beautiful. E' un problema di scrittura, certo, ma anche di montaggio. Mica succede così in America Oggi"
Altman fece finta di non sentire il mezzo complimento, e prese la parola: "D'altronde, le ha scritte lui, quelle storie. Mica un genio come Carver. E quindi non c'è male. Non c'è male davvero"

La barca stava ormai attraccando. I quattro scesero con i piedi a mollo e abbassarono le falde del cappello mentre uscivano dall'acqua. Ma fu solo un inutile e patetico tentativo di nascondere gli occhi. L'eterno commento non tardò ad arrivare:
"Ancora a mani vuote, eh? L'avevo detto, a John, che non siete abbastanza bravi." A Howard Hawks piaceva un sacco quella parola. La masticava come un sigaro.

Si girò verso il bancone del bungalow bar della spiaggia. Prese il suo martini dry (preparato rigorosamente secondo la ricetta di Bunuel) e si rivolse all'uomo che, accanto a lui, si ostinava a portare un vecchissimo cappello ovunque fosse. L'uomo prese un cerino e lo strofinò sull'anello che aveva al dito. Il grosso anello era scavato alla sua metà da un numero impressionante di cerini, serviti nei decenni ad accendere un numero altrettanto impressionante di sigari. Sotto il cappello si scorgeva una benda nera. Dopo aver acceso e aspirato il sigaro, mi lanciò uno sguardo di sfida.

"Critico?"

Rimasi quasi paralizzato. Sapevo chi era, e proprio per questo sapevo che lui non doveva essere lì, esattamente come Hawks. Diciamo che doveva essere morto una ventina d'anni prima. Comunque, si avvicinò e commentò basso, come fosse la cosa più naturale del mondo: "Mi chiamo John Ford e faccio western. Non mi interessano i critici".

Tarantino scorse la sorpresa sul mio volto e, quando Ford e Hawks si girarono a parlare un attimo, commentò velocissimo: "Quando i critici hanno iniziato a rompere troppo con la storia che erano artisti e non artigiani, John e Howard se la sono data a gambe. Ultima regia, i loro funerali. Meglio la pesca al barracuda."

Intanto, il gruppetto si era appostato sotto l'ombra del bungalow a sorseggiare tequila. Ford e Hawks venivano ragguagliati circa la disussione su Anderson. E fu Hawks, alla fine, a sciogliere gli indugi: "Come diceva qualcuno in una strampalata recensione di, mi sembra, Luna Papa, il cinema ha molto a che vedere con il far attraversare delle inquadrature a degli animali."
Tarantino commentò col tono di uno scolaretto: "Come in Fiume Rosso"
Hawks lo guardò come Mr. Wolf quando deve risolvere i guai di Travolta e Jackson in Pulp Fiction. Poi riprese lasciando nell'aria la netta impressione che non avrebbe più accettato alcuna interruzione. Io, intanto, ricevevo un bicchierone ed un sigaro da Ford.
"Dicevamo: animali che attraversano o piombano nelle inquadrature. In questo Anderson è - lo disse con un tono che lasciava intendere che quello fosse il suo massimo complimento - abbastanza bravo. Il finale di Magnolia è potente quanto il suo inizio. Rane che piovono ovunque. Grandioso. E soprattutto una grande lezione: se devi far tempestare di rane una città, non spiegare mai perchè - ossia, non spiegare il banale motivo plausibile per cui quelle rane piovono. Insomma, in Magnolia ci sono la testa e la coda. E sono molto, molto buone. Con il gusto delle storie intrecciate di Robert, l'abilità ad usare la musica di Martin, una velocità nel muovere la macchina e nel montare che un idiota come Fincher se la sogna, la capacità di raccontare storie di perdenti toccanti e credibili come quelle di Todd. La testa e la coda ci sono. Per quello che c'è in mezzo, il ragazzo ha tempo di farsi..."

Mandai giù una sorsata. Buono. Il tramonto lasciava auspicare un indomani radioso. Fu in quel momento che Ford mi diede una pacca sulla spalla, forse perdonandomi per via del mio silenzio del fatto di essere un critico. Era una pacca bella forte. Forte come avevo sempre immaginato tutti loro vedendo quei bellissimi film. Forte, accidenti al vecchio John, abbastanza da svegliarmi.

© 2000 reVision, Fabrizio Bozzetti