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I Piccoli Maestri

1h 56'



Due amici, una ragazza e la guerra: i sogni, le illusioni, gli ideali, le delusioni. I Piccoli Maestri, il film di Daniele Luchetti presentato in concorso alla 55^ Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, non è un film sulla resistenza, non in senso rigoroso almeno, non come ci si sarebbe potuti aspettare, e questo è certo. Tratto dall'omonimo libro autobiografico di Luigi Meneghello e sceneggiato dallo stesso Luchetti assieme a Rulli e Petraglia, I Piccoli Maestri si allontana dalla Storia pur attraversandola e reinventa storie, le piccole vicende dei suoi protagonisti, ricche di cuore ma povere di spessore, tanto da farci venire voglia di rispolverare l'aggettivo per eccellenza designato a descrivere tanto cinema italiano degli ultimi anni: "carino". Il film è infatti di una carineria espansa, lieve, a contagiare tutto ciò che tocca con leggerezza volutamente estrema, dove persino i personaggi, gli stessi interpreti, con i loro volti puliti, acqua e sapone, da bravi ragazzi di città, non possono che apparirci graziosi, quasi imprigionati in una confezione asettica, perfetta espressione di un mondo irreale fatto di case di marzapane e fiori di gomma.

La Storia, quella vera, è sempre lì a fare da sfondo alle avventure di Gigi, Lelio, Enrico e Bene, studenti universitari improvvisatisi combattenti, partiti per l'altopiano di Asiago per unirsi ai partigiani, e di Simonetta, la ragazza di Enrico che anche Gigi ama, rimasta a Padova a combattere una diversa guerra contro lo stesso nemico. Introdotte da un breve prologo che si apre, senza più richiudersi, su di una grotta montana nell'estate del 1945, e raccontate sotto forma di flashback, sogno o ricordo confortato dal buio e dal silenzio della notte, le loro sono le gesta di un gruppo di giovani pieni di speranze nutrite dai libri di testo, ancora fedeli agli ideali mazziniani, sicuri di dover respingere l'oppressore, ma privi della benchè minima esperienza pratica, decisi e confusi al tempo stesso, intenzionati ad opporsi alla retorica prima ancora che al nemico. Il loro è un percorso di crescita forzata attraverso la morte e la sofferenza, la paura e la perdita dei propri compagni, ma anche le piccole gioie della vita, l'amicizia, gli scherzi, l'amore.

Di Luchetti non si può che apprezzare il coraggio di affrontare una delle fasi più drammatiche della storia dell'Italia moderna, la scelta di non sfruttare lo straordinario successo di un film come La Scuola per propinarci l'immancabile secondo capitolo, la freschezza e la capacità narrativa, l'uso dei volti noti ma non inflazionati di Stefano Accorsi (Jack Frusciante E' Uscito Dal Gruppo) e Stefania Montorsi (Altri Uomini) per dare vita ai suoi personaggi, l'impiego di attori non professionisti, gente presa dalla strada. Ma di Luchetti apprezziamo meno il modo di affrontare una delle fasi più drammatiche della storia dell'Italia moderna, il trattamento sostanzialmente privo di tensione emotiva a favore dei toni se non spensierati comunque frivoli, dato il contesto, della commedia. I Piccoli Maestri deve essere quindi letto come un film sugli ideali giovanili, sulla fede nel futuro, sul valore dell'amicizia, risultando così, ed entro questi limiti, godibilissimo, politicamente inconsistente ma piacevole, delicato ed effimero, accurato nella ricostruzione storica pur prescindendo dalla Storia.
Luchetti accompagna i suoi studenti che vanno alla guerra nello stesso modo in cui Pupi Avati li avrebbe accompagnati ad una gita scolastica o al primo impiego - emblematica in tal senso la figura di Marietto, ma un po' tutti i personaggi sembrano plasmati attorno a quel modello - facendoci ridere e riflettere con loro, mai immergendoci nell'orrore, sfiorando appena la consapevolezza della tragedia, preferendo piuttosto privilegiare l'effetto nostalgia legato all'immagine sbiadita di una vecchia fotografia ingiallita, ricordo di un passato ormai lontano.

© 1998 reVision, Carlo Cimmino



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