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Madagascar1h 25'
Regia: Eric Darnell e Tom McGrath Natura/Civiltà. Casa/Mondo. Molto cinema d'animazione recente si fonda su questi contrasti. Al di là delle differenze di stile e
qualità, Alla Ricerca di Nemo, L'Era Glaciale, Robots, Monsters & Co.
erano appunto questo: il racconto di un viaggio, dal piccolo al grande, dal sicuro al pericoloso, da una circoscritta quiete domestica alla perturbante vastità di un regno
sconosciuto. Due universi paralleli assolutamente inconciliabili, il cui scarto provoca l'allargamento dello spazio e la sua progressiva eccitante scoperta.I quattro protagonisti di Madagascar vivono in una gabbia dorata che è quella dello zoo del Central Park di New York, coccolati, ipernutriti, idolatrati dalla quotidiana folla dei visitatori: una gabbia così accogliente da diventare invisibile, da far sembrare tutto il resto del creato una terrorizzante prigione. Alex il leone, Marty la zebra, Gloria l'ippopotamo e Melman la giraffa non sono soltanto isolati dalla natura, ma anche dalla loro stessa razza: esemplari unici e quasi insostituibili, mentre invece gli altri animali (scimmie e pinguini) appaiono tutti in buona compagnia. Da qui, una novità narrativa rilevante: Madagascar è forse il primo film d'animazione a non parlare mai esplicitamente di "famiglia"; non vi sono genitori, figli, coniugi, figure che storicamente costituiscono il cardine di questo tipo di cinema (e perfino nella sconfinata e confusa comunità dei lemuri della giungla africana non si scorge alcun chiaro rapporto di parentela). I diversi "gruppi" messi in scena non hanno vincoli di sangue, ma sono basati sull'amicizia (l'eterogeneo quartetto protagonista), sulla paura (i lemuri), sulla fame (i fossa, razza di carnivori realmente esistenti in Madagascar), su legami simil-mafiosi (i pinguini). L'unica discendenza diretta che Madagascar riconosce è quella con il Cinema. Come i bambini tentano di imitare gli adulti, così i cartoni animati (soprattutto quelli
DreamWorks, dietro i quali si cela l'arguzia cinefila di Spielberg) scimmiottano "i film dei grandi", con una scia di divertenti citazioni: Marty e Alex che corrono al rallentatore
uno verso l'altro con la musica di Momenti di Gloria; il pallone "Wilson" di Cast Away che diventa "Spalding"; ma il tocco geniale è la
parodia di American Beauty nella celebre scena di Kevin Spacey tra i petali di rosa, qui sostituito da Alex beatamente ricoperto da succulente
bistecche.L'assenza di una famiglia da rinnegare, di un padre da disobbedire, rende inutile l'idea stessa di fuga. Si è soli, quindi si è liberi. Per questo, il pigro e appagato Alex (chiara versione burlesca del Simba de Il Re Leone) non trova alcun motivo di evadere dallo zoo, di rinnegare l'opulenza della città per perdersi in un'isola infestata da ragnatele, cactus e simili orrori. Il richiamo della giungla di Kipling gli giunge lontanissimo. Ma sarà proprio tale incursione nel selvaggio a fargli riscoprire la propria reale essenza, a far emergere l'animale che dormiva in lui; solo allora Alex realizza, in un'allucinazione alla Chaplin, che tutti i suoi amici si confondono in un'unica immagine: carne con cui cibarsi. È però soltanto un attimo di debolezza: dopo aver conosciuto il loro personale "cuore di tenebra", per Alex e compagni sarà necessario tenerlo a distanza, rientrare in seno alla civiltà. Ovvero allo zoo. Non è esattamente un "lieto fine", questi animali che non vedono l'ora (come il Totò di Dov'è la Libertà) di rinchiudersi in gabbia piuttosto che affrontare la rapacità del mondo esterno. Ma per fortuna, sussurrano i pinguini nell'ultima inquadratura, sulla nave non c'è abbastanza carburante. Impossibile tornare a casa. © 2005 reVision, Dante Albanesi |
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