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Luther1h 53'
Regia: Eric Till Film didattico. Era un genere dignitoso, prima che il cinema lo dichiarasse obsoleto e lo svendesse in blocco alla fabbrica dei
"guarda e getta" della televisione. Luther è un apprezzabile prodotto fuori moda, che non si vergogna di insegnare la Storia, e che smussa ogni aspetto didascalico
dietro una vernice di innegabile professionalità.Martin Lutero, monaco tedesco, 1483-1546. Apprendista legale, poi dottore in teologia a Wittenberg. Sconvolto dalla decadenza morale che trova a Roma, inizia a predicare contro il traffico di indulgenze e le corruzioni di Papa Leone X; attacca il potere temporale e torna alla lettera della Bibbia, che traduce in tedesco rendendola comprensibile al popolo. Dà alle stampe le sue rivoluzionarie 95 Tesi, rifiutando l'abiura impostagli dal Vaticano; è scomunicato ed esiliato, ma si rifugia nella protezione di Federico il Saggio di Sassonia. Al suo fianco si schierano tutti i principi tedeschi: è l'alba della Riforma protestante, secondo grande scisma della religione cristiana (dopo lo Scisma d'Oriente del 1054). Da segnalare le buone prove di Joseph Fiennes/Lutero, di Alfred Molina nell'odioso personaggio del frate simoniaco, di Bruno Ganz in quella del benigno padre superiore; su tutti però svetta il sorriso indulgente e amaro di Peter Ustinov, da Quo Vadis? a Spartacus insuperabile ironica icona del cinema storico. Ma i meriti maggiori di Luther sono nella sua visione materialista della Storia. La parabola rivoluzionaria del monaco tedesco è abilmente ricondotta ai suoi presupposti etici, politici ed economici. Lutero non era certo il primo a proclamare il distacco dal cristianesimo romano; ma a differenza di altri, la sua battaglia ha successo, e ciò per varie ragioni: l'invenzione della stampa, primo grande medium di massa, che diffonderà ogni libero pensiero in proporzioni fin allora inconcepibili; l'irresistibile spinta delle autonomie nazionalistiche, che portavano le realtà italiane e tedesche ad una sempre più ampia diversificazione sociale, linguistica e monetaria; in più, Lutero non era certo una figura marginale, ma un dotto uomo di chiesa che critica il Potere dall'interno, che distrugge il regime per divenire il rappresentante di un nuovo regime. Ora, immaginiamo per assurdo uno sceneggiato italiano che tenti il medesimo approccio razionalista verso monumenti intoccabili come Padre Pio o Madre Teresa. Qui non si
pretendono capolavori, ma pensiamo ad esempio una biografia di Santa Maria Goretti che metta da parte bamboleggiamenti ed estasi e segua la traccia di "Povera santa, povero
assassino" di Giordano Bruno Guerri, mirabile analisi laica di Maria Goretti e dell'Italia buia in cui le è toccato vivere e morire... Come mai le televisioni nostrane, così
affamate di santi e beati da cartolina, hanno timore di seguire questa strada?È davvero singolare che un film interamente dedicato alla riflessione teologica non si conceda un solo momento spirituale, una sola deriva trascendente. Usciti quasi in contemporanea, Luther sembra porsi come esatto opposto di The Passion. Tanto l'opera di Gibson è debordante, partecipe, ubriaca di metafore e simbolismi, tanto quella di Eric Till è di una freddezza quasi scolastica. Il suo film ci riporta ad un tipico giudizio da cineforum anni '50, tanto caro alla critica cattolica: "non bello, ma utile". Impossibile trovare in Luther del cinema creativo, ma senz'altro della pregevolissima televisione. Genere che le produzioni "religiose" di Rai e Mediaset fuggono come un'eresia. © 2004 reVision, Dante Albanesi |
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