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Lussuria - Seduzione e Tradimento

Lust, Caution - 2h 38'

Regia: Ang Lee



Non c’è dubbio che il mélo si addice ad Ang Lee e al suo cinema "espanso". Lo conferma questo suo ultimo Lussuria – Seduzione e Tradimento, trionfatore al recente Festival di Venezia grazie al Leone d’oro bissato dopo quello vinto, nel 2005, per I Segreti di Brokeback Mountain. Poco importa che qualche critico saccente abbia storto il muso: con questo suo nuovo film, Ang Lee si conferma autore robusto, dotato del coraggio dei grandi cineasti classici, e non solamente grazie alle sue scelte di tematiche estreme ma soprattutto per la determinazione con la quale egli prova a confrontarsi con la materia narrativa viva che ha fatto grande il cinema, la materia che mette in gioco le categorie del tempo, evocando le concretezze delle passioni in lotta perenne col caso e la necessità. Di questo ci parla ogni mélo che si rispetti, nel solco di una tradizione che ha celebrato i propri fasti durante il periodo d’oro della Hollywood che fu. Con una consapevolezza molto postmoderna, Ang Lee privilegia la tessitura barocca nel dilatare i tempi del racconto, accentuando la dialettica tra il dettaglio e l’insieme, riempiendo fino all’orlo l’inquadratura ad indicare la dimensione onirica delle sue messe in scena, esibendo una finzione che costringe lo spettatore a perdersi nella vertigine della narrazione. Questo tempo sospeso è il tempo della finzione e del mito, il disegno d’identità che svelano pulsioni e passioni inscritte nel teatro della Storia. In Lussuria, il teatro è ancora una volta quella Shanghai divenuta centro propulsore dei melodrammi postmoderni, come nel grande Stanley Kwan (precursore del rarefatto romanticismo di Wong Kar-wai) di Everlasting Regret, volo pindarico su mezzo secolo di Storia (dal 1947 al 1981) filtrato attraverso la misura emotiva di una donna in grado di vivere senza alcun pudore il proprio amour fou consumato a dispetto del ripetuto tradimento dei suoi partner.
Così può raccontarsi che il divenire è solamente un’illusione, che la Storia, quando la si evoca in sintonia con l’identità vissuta di un personaggio, non fa altro che ripetersi in una ronde di mutamenti che simulano quelli delle passioni destinate a consumarsi per poi riaccendersi, all’infinito. E’ questo il tema privilegiato da Ang Lee nel suo mescolare la retorica hollywoodiana a quella delle proprie radici culturali.

Lussuria è tratto da un racconto breve scritto nel 1950 da Eileen Chang (in Occidente conosciuta come Zhang Ailing, nata nel 1920 e deceduta nel ’95), esponente assai autorevole della letteratura cinese contemporanea, una sorta di Jane Austen asiatica capace d’intercettare l’evoluzione dei cambiamenti epocali nel proprio paese proponendone la relazione con i sommovimenti emotivi che sconvolgono fino all’estremo i suoi personaggi; la sua scrittura implacabile e crudele dispone all’esercizio di un erotismo fatale emblematiche figure di un’umanità votata alla perdizione (vale la pena leggere questo racconto pubblicato in Italia nella collana Bur di Rizzoli). Siamo, dunque, nella Shanghai tra il 1938 e il ’42, in un periodo in cui la Cina si trovava sotto il dominio di Wang Jingwei, che da membro del Partito Nazionalista tradì il leader Chiang Kai-shek (sostenitore del governo di Chongqing) alleandosi con i giapponesi. Il risultato fu un governo–fantoccio, di stampo nazionalista, fondato dai giapponesi a Nanchino nel 1940, e quindi durante il conflitto sino–nipponico che si sviluppò dal 1937 al 1945.
Per Ang Lee quella che conta è la sapienziale geometria del tempo circolare, qui favorita a partire dall’incipit ambientato nel 1942, condizione che prepara il tuffo in un flashback di memoria da parte della bella ed elegante signora che si fa chiamare Mak seduta in un caffè di Shanghai. In questa circolarità, nella quale il Tempo afferma la propria magnifica dualità, scopriamo passo dopo passo la vera identità della protagonista. Wong Chia Chi è una timida studentessa di Hong Kong che ama il buio dei cinematografi dove si proiettano quei film che un tempo funzionavano come lezioni di vita, classici come Casablanca, Ho Sognato un Angelo, Il Sospetto. Abbandonata dal padre fuggito in Inghilterra, la ragazza si lega, al suo primo anno di università, al collega Kuang Yu Min (Wang Leehom), uno studente idealista con la passione per la regia teatrale, segnato dalla perdita del fratello al fronte. Kuang coinvolge l’amica nella propria attività sulle scene, in spettacoli allestiti attraverso una raccolta di fondi. Ben presto l’entusiasmo patriottico del gruppo di teatranti si trasforma nella determinazione di compiere un atto esemplare entrando a far parte da militanti nella Resistenza cinese: l’eliminazione del signor Yee, influente funzionario del governo nazionalista durante l’invasione giapponese. Spetta a Wong divenire una specie di Tosca infervorata dal suo Cavaradossi, per assumere l’identità della signora Mak, impegnata a corteggiare la vittima designata non senza conquistare la fiducia della di lui consorte, la signora Yee (interpretata dalla ieratica Joan Chen). La lussuria del ménage fatale, animato dal consueto connubio melodrammatico amore/morte, si consuma seguendo le scansioni sospese della partita di majiang (gioco da tavolo cinese), occasione di riunione delle facoltose mogli di corrotti traditori della patria, che Ang Lee identifica come metafora portante della sua storia, nel momento che precede l’iniziale flashback e in altri distribuiti nel corso del film.
La tempesta passionale, che trova il suo compimento a Shanghai, si dipana a partire da un incrocio di sguardi tra Yee e la neo–signora Mak, dal primo invito al ristorante formulato dall’uomo fino all’apice di un delirio sessuale, consumato nel corso d’amplessi brutali, durante incontri a più riprese in una stanza, che rimandano all’indeterminata perdizione di Ultimo Tango a Parigi. Un erotismo sinuoso che evidenzia la disperante vitalità di questo gioco pericoloso, raccontato in crude sequenze scolpite nel contrasto luce/ombra, sui corpi nudi con un’enfasi alla Visconti (la componente del melodramma stemperata nel mélo) che Ang Lee gestisce con notevole perizia.
Il respiro di quest’ambiguo rapporto si fa sempre più affannoso, svelandone la vocazione mortuaria, mentre il dubbio della protagonista apre nuove lacerazioni: quando il signor Yee, nell’ultima parte del racconto prima che l’intrigo si sciolga, decide di comprare un prezioso anello all’amante, ecco affiorare nella ragazza ombra, la Wong divenuta signora Mak, la consapevolezza di un legame saldatosi nell’inevitabile partita erotica, foriera di rimorsi ed indecisioni soffocanti. Come nella trappola drammaturgica che, nel teatro cinese, lega la maschera al volto dell’attore determinandone l’identità, la protagonista si ritrova proiettata fuori dal gioco della Storia, prigioniera di una schizofrenia che favorisce sentimenti e pulsioni impossibili da esprimere compiutamente.

A partire dal vorticoso flashback (che fa venire in mente Duello a Berlino di Powell e Pressburger), Ang Lee tratteggia il complesso ritratto della sua protagonista connettendola con il contesto ambivalente delle due città, Shanghai e Hong Kong, speculari allegorie di una Storia fatta di conflitti irrisolti (la vecchia Shanghai è lo specchio deformante di quello che diventerà la moderna Hong Kong). In questo, il nostro autore si fa emulo dei grandi cineasti irregolari del passato (come Curtiz, von Sternberg, Welles) con la loro reinvenzione impressionista delle geografie dell’anima, usando il prezioso artigianato del costumista e scenografo Pan Lai (collaboratore nei film di Stanley Kwan) e del messicano Rodrigo Prieto, per un’ambientazione di rara e coinvolgente espressività. Così acquista spessore il passaggio (non solo meramente figurativo) tra interni ed esterni, lavorato con accuratezza neo–barocca: la sala cinematografica, i ristoranti e i caffè, la stanza dell’amplesso, la casa della partita di majiang divengono spazi scenici generatori di parabole emotive, così come gli esterni che inquadrano le ipnotiche architetture delle due città protagoniste, mai ridotte a fondale decorativo. A legare con fluidità concreta quest’iperbolico racconto di smarrimenti contribuisce l’originale ed evocativa colonna sonora di Alexandre Desplat. L’acutezza della regia, attenta a percepire la misura dei passaggi drammaturgici evitando ogni manierismo narrativo, è rilevabile nel gusto con il quale vengono composte scene emblematiche come quella delle lezioni di sesso impartite da uno studente a Wong, pronta ad assumere l’altra identità, oppure quella toccante dell’approccio sincero tra il giovane Kuang (fino ad allora incapace di esternare la propria passione) e la stessa protagonista, anche se ciò avviene troppo tardi, quando corpo e anima appaiono già segnati dagli eventi. Resta da rilevare la magnifica intensità di Tang Wei, splendida e morbida interprete del difficile personaggio di Wong, un seducente mix tra Joan Fontaine e Ingrid Bergman con certi sguardi che rivelano una determinazione degna di Marlene Dietrich. Ad incarnare il carisma crudele di colui che è carnefice e vittima del gioco che il film racconta troviamo Tony Leung Chiu-wai, uno dei magnifici interpreti della new wave asiatica, invecchiato dal trucco ed impegnato ad indurire le sfumature romantiche del proprio aplomb già utilizzate da Wong Kar-wai.
Lussuria conferma, dunque, la tenuta di uno stile e la vocazione epica di Ang Lee, col suo intreccio che denuncia qualche affinità con Black Book, dinamico film di Verhoeven dove una spia della Resistenza olandese seduce un ufficiale tedesco e la vicenda si dipana attraverso un flashback utile al dramma delle digressioni e delle comparazioni. E’ l’esercizio illusionistico di un cinema che ci tramanda lo spirito che animò i miti dell’era classica (in Occidente come in Oriente), votati a fare della Storia un ideale (e non ideologico) olimpo di personaggi umanissimi destinati a diventare, grazie alla finzione, eterni come gli dei.

© 2008 reVision, Francesco Puma