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Lulu On The Bridge

1h 43'

Regia: Paul Auster



Paul Auster, scrittore americano molto in voga, ha un’attrazione fatale per il cinema. Con Wayne Wang ha girato due film, Smoke e Blue In The Face, pieni di piccoli tesori, invenzioni letterarie notevolissime che raramente riuscivano a saldarsi l’una con l’altra. A risolvere l’indeterminatezza di questi primi lavori, arriva Lulu On The Bridge, l’esordio autentico di Paul Auster alla regia. Il film è un congegno perfetto, e può considerarsi l’esatta traduzione per lo schermo di una prosa immaginifica, a sua volta eccezionalmente fertile di spunti cinematografici.
La vicenda muove da un momento chiave, per poi ritornarvi nell’epilogo; il ferimento accidentale del musicista Izzy Maurer (Harvey Keitel) apre il film disseminando una messe di indizi che lo sguardo registra appena. L’opzione per il tempo circolare del racconto (al modo del Carlito depalmiano, che pure s’apre e chiude col fatto di sangue) si riflette nella cura speciale dedicata a quello che si dice "intreccio di predestinazione", ossia quel codice narrativo che fornisce allo spettatore, nei primi minuti del film, le informazioni essenziali che riguardano l’intero svolgimento. In questo senso gli elementi funzionali richiamano un film che gioca esplicitamente sulla confusione dei piani realtà/finzione, I Soliti Sospetti di Bryan Singer; allo stesso modo Paul Auster ricorre alla focalizzazione tramite un personaggio (Izzy), che è il motore del racconto, il demiurgo dell’universo diegetico di Lulu On The Bridge.
Quest’uomo sta suonando del jazz in un locale, quando un pazzo armato di pistola gli spara un colpo al cuore; Izzy cade pesantemente a terra, e mentre giace supino fissa una crepa del soffitto; come una macchia di umidità sul muro o una nuvola nel cielo sono l’occasione per inventare storie incredibili, così quella crepa permette alla mente del musicista di attraversare la soglia della coscienza, per liberarsi e creare mondi a partire dalla memoria più recente, per poi spingersi nel profondo a scoprire l’indicibile, l’inconfessabile. Come il sogno, così il desiderio può generare una rappresentazione verosimile; non si vogliono qui preannunciare le sorprese allestite dalla penna sapiente di Auster, ma sappiate che il viaggio di Izzy ha un’andata e un ritorno, che è organizzato in forma di prolessi (anche detto "salto in avanti", ossia anticipazione di un evento futuro della diegesi), ma che si tratta di un percorso carico di segni ambigui. Dopo essersi ripreso dall’incidente, Izzy trova l’amore, nella persona di Celia Burns (Mira Sorvino), una ragazza che fa l’attrice a tempo perso e la cameriera a tempo pieno; resta coinvolto in una storia allucinante per causa di una pietra magica che emana una luce azzurrina; introduce la ragazza nel mondo del cinema, assicurandole la parte principale in un remake del celebre Lulu di Pabst. Sono solo i frammenti di un’esistenza che si genera dal desiderio, istinto di vita che cozza con le leggi della vita stessa.

Il finale è straordinario, addirittura magistrale per come Auster riesce sinteticamente a riannodare i fili del racconto; ma non è il solo colpo messo a segno dal film, che esibisce splendidi personaggi (il tenebroso Van Horn interpretato da Willem Dafoe, lucido scandaglio della coscienza del protagonista), dialoghi e aneddoti grandiosi (quello della singolare esperienza in aereo raccontata ad un Izzy alquanto perplesso), ma soprattutto un gusto maturo ed originale per la soluzione cinematografica. A titolo di esempio si possono citare due episodi diversissimi: uno è la sequenza del set di "Lulu", con la carrellata della macchina da presa (di Auster) che si conclude con dissolvenza in nero dentro una macchina da presa (quella della finzione), gioco scoperto di meta-cinema; l’altro, più sottile, quasi una nota di regia a margine, è il delizioso piano-sequenza di Celia/Sorvino lungamente impegnata ad aprire la confezione riluttante di un compact disc, operazione ripresa per l’appunto nella sua durata naturale, con la camera fissa a descrivere i gesti misurati, poi sempre più nervosi della ragazza.
Le recensioni correnti non regalano ad Auster più che frasi neutre d’incoraggiamento, quasi fosse un ragioniere prestato al cinema nel tempo libero; a noi piace invece rendergli il giusto merito, e salutarlo come un nuovo, degnissimo autore. A nostro giudizio, per la scrittura audace, per le performance degli attori (Keitel meraviglioso), per l’uso complesso dei tempi cinematografici, Lulu On The Bridge si segnala come uno dei film più interessanti della stagione.

© 1999 reVision, Luca Bandirali





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