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Luci Nella NotteFeux Rouges - 1h 45'
Regia: Cédric Kahn Il cinema di Cédric Khan è un cinema di spazi psicologici.
Luoghi concreti dell’anima che finiscono col travolgere i personaggi. Dopo
ambigui travagli, evoluzioni disperate. E naturalmente le emozioni sono
trasmesse, in modo fiammeggiante, da splendidi corpi. Quelli di Jean-Pierre Darroussin
e Carole Bouquet. Chiaro che lo sguardo della mdp giri nevroticamente intorno
ai segni "tangibili" di quest’avventura. Un road movie che si avvicina alle
strade perdute lynchiane, il selciato della strada sezionato dal bagliore dei
fari, gli esseri viventi/mutanti che tentano di sottrarsi all’oscurità perpetua,
barcollando avanti, con passo incerto, sempre più disperato, perché smarrito di
fronte all’indecifrabilità d’ogni segno esterno. È un cammino ripiegato nel
tourbillon compulsivo di passioni indicibili. Le ombre di Antoine/Darroussin
diventano impulsi violenti, gesti di rivoluzione quotidiana annegati nell’alcol.La lotta di sopravvivenza contro l’invidia per l’altro, il marito per la moglie. Il senso d’inferiorità di Antoine ha bisogno di ribaltarsi in allucinazione d’onnipotenza. In una sintetica sequenza il protagonista riceve un ospite flagrante (di senso) nella sua auto, il detenuto che è fuggito e che rappresenta la libertà assoluta del criminale, ovvero colui che viola ogni legge, che non subisce alcun arbitrio, figuriamoci i capricci di una moglie contro la virilità illimitata del sogno maschile. Anche la velocità, i chilometri divorati dalla Rover dalle lamiere fiammanti, inneggia ad una sorta di crash (potenza della velocità ma fatale schianto delle lamiere). Le dimensioni lynchiane e cronenberghiane però si attenuano nella scrittura di Simenon ad una feroce dialettica tra identità e simbologie. Il thriller è stemperato, quasi annullato dall’assenza sostanziale di eventi, anche se una sorta di omicidio vissuto quasi in sogno riaffiora attraverso falsi flashback che rendono ridondante l’ossessione del protagonista, l’equilibrismo tra sobrietà rassicurante e l’ubriachezza che eccita l’animo, ma lo rode, al contempo, in profondità. Il cinema di Kahn raffigura le esplosioni civili, borghesi,
perché i suoi personaggi sembrano in fondo limitati dalle istituzioni o dai
sensi di colpa, dalla fiducia/sfiducia nell’altro che figura un territorio di
incertezza, ma anche di conferma del sé. Nelle immagini che invadono il volto sornione
di Carole Bouquet è racchiusa questa concreta tensione dell’ibrido. Avere di
fronte l’immagine conosciuta che può in modo rocambolesco, rovesciarsi in
frattura. Il rapporto tra Antoine ed Hélène fa riferimento al compromesso tra
due vissuti diversi conciliabili solo dalla formula ipocrita matrimoniale. Kahn
stringe sempre la mdp sul volto di Darroussin privilegiando il suo punto di
vista. Dalla soggettiva di Antoine si scorge una visione del mondo turbata
dalle angosce del senso di inferiorità (nei confronti di Hélène), di
frustrazione contro l’accanimento degli eventi. In questo senso la lunghissima
telefonata, di una decina di minuti, altro non è che una corsa ad ostacoli
virtuale, ma lo stesso estenuante, tra equivoci, spiegazioni, chiarimenti, intralci
tra vari uffici, che dirottano su strade imprecise e diverse, aumentando così
il detournement del personaggio e lo scoramento per l’impotenza e l’inutilità
di un’azione che si vanifica (anche attraverso il filo telefonico). Il road
movie thriller rende chiaro il segno opposto dell’immobilità e dell’inazione.
Compreso il finale falsamente confortante e subito virato verso l’ambiguità
attraverso la riproposta di una semplice immagine: la collanina perduta da Hélène.
Sulle tracce narrative ben codificate dentro il genere, il cinema di Kahn non figura
quelle derive decise presenti in altri cineasti, oltre a Cronenbergh e Lynch
potremmo pensare alle paranoie Chabroliane. A quest’ultimo Kahn è invece vicino,
oltreché per la fonte letteraria di Simenon, per le suggestioni nei confronti della
provincia francese, tanto da costruire una sorta di mappa più o meno
fantastica, ma tanto visibile, tra Tour e Bordeaux, con treni che appaiono in
stazioni fantasma e abbandonate dalla presenza umana nelle ore notturne. La
provincia, insomma, è figurata nel suo isolamento, contrapposto al traffico
stradale iniziale dal quale Antoine fugge rabbiosamente introducendosi in una
qualunque delle deviazioni (im)possibili per raggiungere Bordeaux. Il percorso è
al "buio" anche in senso di sprofondamento nel côté irrazionale, tra un bar e
l’altro, territori tutti uguali e in grado di far apparire ogni tipo di volti
anomali, veri e propri sintomi d’avventura, di desiderata, quanto
irraggiungibile anarchia.
© 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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