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Strade PerduteLost Highway - 2h 14' Il cinema che si affaccia al ventunesimo secolo è carico di angosce, di incubi sempre più terribili. È il cinema di David Lynch che
torna dopo quattro anni di pausa dal lungometraggio, per ripercorrere strade ignote, strade perdute, avvolte da un’oscurità ancora
più fitta, dove la luce gioca a dissolversi per lasciare intravedere il Mistero. Strade Perdute è una continua ricerca che si svolge
in mancanza di coordinate riconoscibili, di indicazioni per lo spettatore, che deve lasciarsi andare a una esperienza affatto sensoriale.
Ma andiamo con ordine. Il percorso di Strade Perdute "verso il buio" è curiosamente descritto in un passo di Nicolò Cusano nella
Visione di Dio: "... il nostro occhio sa che, fintanto che vede qualcosa, questo non è ciò che cerca: deve dunque trascendere ogni luce,
deve sapere che ciò in cui penetra è privo di luce visibile. Esso è per così dire tenebra per l’occhio...". Gli ambienti sono immersi nell’oscurità, è difficile vedere in essi, distinguere gli oggetti, intuire le distanze. Una coppia si muove dentro un appartamento. Ogni gesto quotidiano è talmente irrigidito da apparire estraneo, puro atto materico (le scene sessuali hanno una valenza esclusivamente pornografica). Allo stesso modo degli oggetti ready-made di Marcel Duchamp, i luoghi di Lynch subiscono una brutale decontestualizzazione. Ed è questo processo che origina un cupo orrore, l’unheimlich (il perturbante, ciò che è familiare diventa sconosciuto). I personaggi rimandano al loro opposto, all’altro da sé, in una frantumazione infinita delle identità. Fred Madison (Bill Pullman) diventa Pete Dayton (Balthazar Getty), la bruna Renée (Patricia Arquette) si trasforma nella biondissima Alice Wakefield (ancora Patricia Arquette che richiama direttamente Kim Novak in La Donna Che Visse Due Volte di Hitchcock). Ma non basta la moltiplicazione delle identità, perché la storia è intrecciata in uno spazio temporale indefinibile. L’inizio in cui Fred sussurra al citofono di casa "Dick Laurant è morto" è anche la fine; ciò che accade sulla scena è forse già accaduto o forse è l’incubo di un personaggio. Essendo Lynch un perfetto esponente dell’arte concettuale, la corrente artistica che cerca di esibire il pensiero stesso mantenendone la "sostanziale" astrattezza, la materia dei suoi film abbandona ogni tipo di struttura razionale e sarebbe inutile cercarvi un principio di causa-effetto. La storia è comunque ispirata al libro "Night People" di Barry Gifford che, insieme a Lynch, ha scritto la sceneggiatura. Come nel passato, sono le visioni oniriche personali di Lynch a comporre il tessuto del film. Oltre ad esserci vere e proprie citazioni
dalle opere precedenti, in particolare Blue Velvet (Velluto Blu), questa volta le ossessioni si avvicinano a quelle in Shining
di Stanley Kubrick. È incredibile la somiglianza tra le due pellicole. In entrambi c’è un hotel (l’Overlook hotel - il Lost Highway hotel).
C’è una strana fotografia in cui un personaggio compare o scompare (Jack Nicholson - la bionda Arquette). Ci sono dei lunghi corridoi che
si dilatano o convergono, con le porte numerate. Senza contare che la casa dei Madison ricorda il labirinto di Shining. Il barista
fantasma di Kubrick sembra il sosia dell’uomo misterioso di Lynch interpretato da Robert Blake. In entrambi i film c’è un omicidio che è
visto o sognato e che è dislocato nel tempo.
I suoni naturalmente hanno una parte importantissima. Angelo Badalamenti, che da anni lavora con Lynch, ha selezionato dei brani pop che sono parte essenziale delle atmosfere del film. Dalla iniziale "I am deranged" di David Bowie ai This Mortal Coil, fino a Lou Reed, gli Smashing Pumpkins e Trent Reznor. © 1998 reVision, Andrea Caramanna |
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