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Lontano da LeiAway from Her - 1h 49'
Regia: Sarah Polley Una donna immersa nell’inverno di un paesaggio canadese, a bordo dei suoi sci. D’improvviso
si ferma ed il suo sguardo sembra perdersi nel vuoto. Succede quando il corpo comincia a prendere le distanze dalla mente. Allora
può divenire inconsulto qualunque gesto quotidiano, come quello di riporre una padella nel freezer invece che nella credenza.
Fino ad una sera in cui, durante una cena con amici, ci si ritrova pietrificati con le parole rafferme in gola. Quello che accade
a Fiona - la protagonista di questo Lontano da Lei, sorprendente debutto alla regia dell’attrice Sarah Polley – è accaduto
e continua ad accadere a migliaia di donne ed uomini: sono le implacabili conseguenze dell’Alzheimer a cambiare il suo destino.
Ad interpretarne il progressivo, irreversibile smarrimento con partecipata intensità troviamo Julie Christie, icona ormai argentata
della Swinging London che fu, bellezza autorevole ed irresistibile che non ha ancora smarrito il vigore degli indimenticabili
tempi di Darling, film degli anni sessanta che le fece conquistare quell’Oscar al quale oggi è nuovamente candidata per
questa sua acutissima performance già foriera di un meritato Golden Globe. Fiona è maritata, da quarantaquattro anni, a Grant,
professore universitario in pensione (interpretato da un magnifico Gordon Pinsent capace di sfumature aggraziate nel suo recitare
il lacerante strazio che lo divora, giorno dopo giorno) e vive con lui in un cottage sovrastante un lago ghiacciato circondato
da boschi innevati. A legare la matura coppia c’è una passionale intesa in grado di far superare, negli anni, i momenti di crisi.
Abbracciati nell’intimità di un calore ritrovato, lui le legge "Lettere dall’Islanda" (attraverso il quale sono evocate le lontane
origini islandesi di Fiona), il diario di viaggio in prosa e in versi di Wyston Hugh Auden e Louis MacNeice, pubblicato nel 1937.La malattia sempre più visibile della donna sembra conferire particolare valore ad ogni segno d’affezione. Quando la devastazione cerebrale intacca i ricordi, Grant decide di accompagnare la moglie a Meadowlake dove la donna si ricovera contro il desiderio del coniuge, un centro di degenza specializzato, interno dove penetra la luce naturale a contrastare il progressivo annebbiamento dei pazienti (è una delle tante notazioni ambientali sottolineate dall’intenzionalità espressiva della Polley, assieme ai dolci riflessi cromatici dello scenario canadese lavorato dalle luci di Luc Montpellier). Fiona sembra destinata al piano superiore, quello riservato ai malati giunti allo stadio fatale. Il distacco della coppia diviene così una straziante necessità. I due trascorrono insieme il triste rituale di un congedo coatto facendo l’amore per l’ultima volta in una camera della casa di cura. E’ dicembre, e le regole del luogo impongono il limite della prima visita dopo un mese dal ricovero. Il precipitato svolgimento della malattia viene così raccontato attraverso il punto di vista di Grant, vittima dolorosamente consapevole di una perdita ingiusta, coniuge innamorato che sceglie di riflettersi nello smarrimento impalpabile della moglie. Seduto nel divano della sala da pranzo dove si riuniscono i pazienti del centro per giocare a bridge, l’uomo incrocia con lo sguardo una figura seduta su una sedia a rotelle, complice una dissolvenza che fa sparire gli astanti: così entra in campo Aubrey (un grande Michael Murphy), la cui identità paralizzata del male attira l’attenzione di Fiona che, dopo un mese di degenza, non è più in grado di riconoscere il marito. In questo divenire del dramma di fisiologiche dissolvenze che il film mette in rilievo, tra Grant e Aubrey si attiva un’assurda quanto occasionale rivalità, animata dalla gelosia del secondo. Le giornate trascorrono inesorabilmente, nella quieta tensione di un dolore invisibile narrato per accenni assai acuti dalla regista: Grant diventa ospite fisso dell’istituto, Fiona accompagna Aubrey in lunghe passeggiate lungo i corridoi e in giardino mentre il tempo sembra sciogliersi nel flusso dolente di una quotidianità rotta solamente da brevi flashback che funzionano come schegge di memoria ad evocare gli anni giovanili della coppia. C’è la dura verità di una condizione umana consegnata ad una biologica perversione disumanizzante, quella dell’Alzheimer (patologia di cui ancora si stenta a trovare una cura), qui affidata agli accenti malinconicamente sottili del dialogo che s’instaura tra Grant e la capo infermiera Kristy (Kristen Thomson) ad opporsi all’asettico atteggiamento dell’impenetrabile direttrice Madeleine (Wendy Crewson). E’ abile, la regista, a far coincidere il climatico disgelo, nel quale la stagione invernale lascia spazio alla primavera,
con l’incontro tra il protagonista e la moglie di Aubrey, Marian, incarnata dalla solarità malinconica di Olympia Dukakis,
mostro di bravura, che ostenta una solidità pervicace e coinvolgente: c’è ancora un contrasto evidenziato tra quest’indicazione
di leggerezza, identificata nei riflessi colorati della stagione in cui i fiori rinascono accarezzati da una soffice brezza,
e l’inquieta pesantezza della fragilità emotiva di questi personaggi alla disperata ricerca di sostegni necessari.Lontano da Lei è un’analitica disamina di un’evoluzione del dolore che s’installa come una lama nel corpo stesso dei sentimenti quando nella vita irrompe il dramma della malattia incurabile. Una regia minimalista ed essenziale, un taglio mélo asciutto e dosato da un pudore mai banale: certamente alla Polley giova il proprio passato di attrice prediletta da Atom Egoyan (suo mentore e produttore della pellicola), oltre il fatto di essere stata diretta da cineasti del calibro di David Cronenberg, Wim Wenders ed Isabel Coixet. La sceneggiatura, da lei stessa scritta e ora candidata all’Oscar, deriva da un bel racconto di Alice Munro (una delle rinomate firme della letteratura canadese contemporanea), "The Bear Came Over the Mountain" (che rimanda al verso iniziale di una filastrocca infantile) contenuto nella raccolta "Nemico, amico, amante...". Per questa scrittrice incantevole, che pare toccata dalla grazia di certi autori classici (leggete pure l’ultimo suo autobiografico ed illuminante "La vista da Castle Rock"), a contare sono i legami misteriosi che annodano i propri personaggi alle rispettive, remote radici genealogiche, quasi a ribadire il tragitto imperscrutabile del destino (come si evidenzia anche in Fiona). Della Munro, la Polley esalta i tratti tematici che impastano impressionisticamente le tinte del paesaggio al dipanarsi dei sentimenti nell’interiorità dei personaggi, lo screziato affievolirsi di ogni passione travolgente, l’esplosivo insorgere dell’attrazione sessuale come metafora concreta di vitalità, il sentiero infinito della memoria percorrendo il quale si può scoprire l’ombra dei gesti ed emozioni passate a meno che il suo terreno non venga invaso, come in questo caso, dai detriti fisiologici di un male irresistibile. Nemmeno le pagine sapienti di un libro che salda il presente ad un passato originario riescono ad illuminare i ricordi spezzati di Fiona, come già accadeva a Gena Rowlands, attrice sublime, in Le Pagine della Nostra Vita di Nick Cassavetes. Alla donna non resta che consegnarsi alla contenzione del fatale secondo piano della clinica, in attesa della fine. Ad arricchire la compunta vena poetica di Lontano da Lei resta l’elegante colonna sonora originale di Jonathan Goldsmith, connotata dal contrappunto di ballate country e suggellate dalla splendida versione di una canzone di Neil Young, "Helpless", elaborata da K.D. Lang, sui titoli di coda. Nel raccontare il contagioso afflato che salda i legami tra chi subisce la sofferenza e chi vi assiste partecipe, Lontano da Lei propone una parabola struggente sul dolore e la pietà. I segni dell’Alzheimer possono ancora oggi mutare la forma di un legame, dividere fisicamente l’unità amorosa conquistata nello spazio di una vita comune: ma pur nella loro inarrestabile violenza, questi maledetti segni della marcescente fragilità del destino umano non riescono ad imporre un distacco definitivo, una dissolvenza irrimediabile. Il dolore si fa neve riflettente, materia su cui si specchia la coscienza di un affetto che, sconfiggendo il tempo, si propone come eterno, in ogni attimo congelato dalla memoria. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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