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Lontano Dal Paradiso

Far From Heaven - 1h 47'

Regia: Todd Haynes



Capita sempre più raramente al giorno d’oggi di uscire da una sala cinematografica e sentire l’istantaneo impulso di ritornarci. Tornare non per vedere un altro film, ma per assistere nuovamente alla proiezione del film appena concluso. Far From Heaven è un film così carico, sia dal punto di vista dello stile che dei contenuti, da esigere almeno una seconda visione. Una attenta ri-visione (revision) dell’opera cinematografica, capace di guardare oltre il colore, di scavare sotto la superficie.
L’autunno del 1957 nella piccola cittadina di Hartford, Connecticut, è una stagione meravigliosa. Un vero e proprio paradiso terrestre. Le foglie cadono dagli alberi nel giusto momento, rivelando insospettati effetti cromatici. I viali, le piazze, i giardini della piccola cittadina si ammantano di colori smaglianti, una dolce coperta di foglie rende omogeneo il paesaggio. Anche la casa dei Whitaker, la moglie Cathy (Julianne Moore), il marito Frank (Dennis Quaid), i due figli e la domestica di colore, pulsa di frenetica attività sotto la coltre di foglie e colori autunnali. I Whitaker sono una famiglia perfetta. Frank è dirigente della Magnatech, famosa industria di apparecchi televisivi, la moglie Cathy è immersa nei piccoli problemi quotidiani della famiglia e dedita alle relazioni sociali, i due figli sono semplicemente la gioia dei due genitori. L’incantesimo si spezza quando casualmente Cathy scopre il marito impegnato in dolci effusioni amorose con un altro uomo durante una delle sue assenze da casa legittimate dal periodo di super lavoro in ufficio. Il piccolo paradiso domestico si trasforma in un transitorio purgatorio. Confusa e interiormente sconvolta dopo un matrimonio apparentemente lungo e felice, Cathy trova comprensione e consolazione nell’amicizia con il colto ed educato Raymond (Dennis Haysbert), giardiniere di colore impiegato della famiglia Whitaker. Mentre tutta Hartford ignora, o finge di ignorare, il dramma intimo e privato di Frank, le signore bene cominciano a spettegolare sullo strano rapporto tra Cathy e Raymond, tra la signora Whitaker e il suo giardiniere di colore. Il purgatorio diviene infine un vero e proprio inferno per Cathy, stretta tra la violenza psicologica e fisica che su di lei esercita il marito, e le occhiate, i sussurri, le grida di Hartford scandalizzata dall’amicizia tra due persone di diverso colore. La violenza intima e famigliare si trasforma in violenza sociale, nella collisione tra due mondi, quello dei bianchi e quello dei neri, capaci di coesistere ignorandosi ma incapaci di convivere intersecandosi.

In Far From Heaven Todd Haynes costruisce una perfetta simulazione. Imitando lo stile del cinema melò degli anni cinquanta, e portando allo scoperto le pulsioni e le tensioni latenti della società americana che quel genere cinematografico così bene descriveva, consacrava e criticava, il film riproduce artificialmente un oggetto cinematografico a scopo di esperimento stilistico e di studio contenutistico. Un oggetto ben racchiuso e delimitato tra due movimenti di macchina simili ma opposti, un dolly iniziale dall’alto verso il basso, dalle foglie autunnali che ancora risiedono sui rami degli alberi, e un dolly finale che parte a livello dello strada, dei luoghi, per salire verso i rami in fiore degli stessi alberi a segnalare un passaggio, il lento ma inesorabile trascorre del tempo.
Nulla nella rappresentazione stilistica del mondo a parte di Hartford è casuale; non il colore dei vestiti, delle auto, delle foglie, degli interni della casa, dei bar frequentati da soli uomini; non i movimenti della macchina da presa che sale improvvisamente a segnalare la solitudine dei protagonisti, a rimarcare la presenza assenza di Frank all’interno degli spazi della casa, a nascondere le scappatelle omosessuali dello stesso Frank; non la musica soave e riappacificante con l’utilizzo quasi eccessivo di violini e strumenti ad arco a sottolineare una estrema voglia di pace e paradiso, ma tutto è testimone di una proliferazione simbolica che investe ogni elemento della messa in scena. Una sovrabbondanza di significanti che, pur risultando funzionale alla riuscita dell’opera nella sua totalità, si segnala come elemento a sè stante. Proprio il distacco tra la soavità dello stile e la drammaticità dei temi trattati, oltre a costituire uno degli elementi distintivi del film, si segnala come elemento di rottura capace di dare origine a tutta una serie di dicotomie che formano e investono sia il contenuto del film, la trama nelle sue diverse e moderate ramificazioni, che il contenitore, lo stile del film così sobriamente controllato da risultare palesemente artificioso.
A livello di contenuto la dialettica degli opposti investe termini e significanti, numerosi e differenti: bianchi e neri; borghesia e schiavitù mascherata da proletariato; uomo e donna, in una delle più spietate e semplici descrizioni della lotta di gender interne alla società americana della fine anni cinquanta; omosessuali e eterosessuali; pubblico e privato, società contro individuo e viceversa; classico e moderno sia nella concezione della vita che nell’arte; amore e dovere, verso il proprio partner, verso la propria famiglia e verso il prossimo. Una lista che potrebbe essere aggiornata, emendata e modificata, ma che in quanto tale mostra apertamente la natura di duplicità, di raddoppiamenti dei conflitti e delle emozioni che rappresentano il vero cuore narrativo ed emotivo della pellicola.

Rispetto al genere di cui il film è debitore, il melodramma cinematografico degli anni cinquanta ed in particolare il “cinema per donne” di Douglas Sirk, l’esplodere di questi conflitti, il confronto dialettico tra gli opposti, emerge in Far From Heaven in tutta la sua fragorosità ed ambiguità. Il film infatti si guarda bene dal proporre al suo interno una risolutiva e consolatoria catarsi tra gli elementi contrastanti che ha messo in gioco. Mentre nei film di Sirk e nelle opere del genere a cui questi film appartengono, un happy ending posticcio e rabberciato arrivava magicamente a risolvere i conflitti, a riportare le cose alla loro iniziale ed apparente quiete, in Far From Heaven non esiste alcun finale felice, nessuna catarsi interna all’opera capace di sanare le profonde differenze ormai emerse con tutto il loro altisonante frastuono. Anzi la struttura narrativa duplice e sospesa tra gli opposti viene sapientemente riprodotta anche a livello del contenitore. Lo stile del film ricalca, in qualche modo imita, il confronto tra gli opposti, la doppia partitura che emerge dal racconto. Luminosità degli spazi aperti versus l’oscurità e la penombra degli spazi chiusi; i colori pastello artificiali dei vestiti e dei coordinati della signora Whitaker a confronto con i colori naturali dell’ambiente e degli abiti di Raymond; la naturalezza e spontaneità dei dialoghi tra Cathy e Raymond e la stucchevole falsità e cerimoniosità dei colloqui tra la stessa Cathy e le sue amiche; la notevole differenza tra il detto, la relazione platonica tra Cathy e Raymond, e il non detto della relazione ben più coinvolgente e peccaminosa tra Frank e il suo amante; il rapporto tra visto e non visto che ricalca pari pari la discordanza tra detto e non detto, con la dissolvenza in nero che più di una volta arriva in soccorso del povero Frank vittima delle sue pulsioni omosessuali; la notevole capacità di manipolare gli spazi e i luoghi per rendere ancor più presente l’assenza di Frank ad ogni rito/rituale che riguardi la vita privata della famiglia. Ma soprattutto la grande diversità che si percepisce tra superficie e profondità. Sono i personaggi stessi, ed in particolare il colto ed intellettuale Raymond, a fornire una delle chiavi di lettura più importanti del film. La capacità che personaggi e spettatori devono dimostrare per poter andare oltre la superficie, di vedere oltre i colori, di scoprire ciò che si cela dietro una società che ama raffigurasi e rappresentarsi, anche grazie al medium cinematografico, come aperta e progressista. Una collettività, quella del 1950 forse più ma non diversamente da quella del giorno d’oggi, che è in realtà chiusa e rigidamente controllata, che timidamente fa capolino da dietro cornici di quadri, vetri, finestrini e sportelli di macchine, porte d’ufficio e specchi. Superfici nette, forme ben definite dietro le quali si cela un mondo diverso, popolato da negri e omosessuali, difficile da contenere all’interno di una cornice.
Far From Heaven è un film che fa riflettere, che fa discutere oltre il suo perfezionismo stilistico, perché capace, attraverso una operazione di recupero nostalgica, di rendere universali e attuali temi ancora scottanti e di difficile soluzione come l’omosessualità, il razzismo e la parità di diritti e opportunità tra uomo e donna. Al di là delle tensioni e dei conflitti sociali e sessuali, forse risolti o forse no nella società contemporanea, la diversità di trattamento tra uomo e donna, e l’ipocrisia che tale diversità suscita, appare la vera e garbata denuncia che il film affida allo spettatore moderno.

© 2002 reVision, Fabrizio Pirovano