![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
London River1h 28'
Regia: Rachid Bouchared Rachid Bouchared, regista franco–algerino, sembra avere una missione: raccontare di ferite
ancora aperte legate alla guerra, alla discriminazione, alla colonizzazione, nel rievocare pagine di Storia ancora rimosse
(che sarebbe stato meglio, secondo alcuni, non riesumare, evocare). Il cinema, com’è noto, può essere utile a questo, a indagare
sul lato oscuro degli avvenimenti più traumatici, superando i dati di una cronaca che si fa Storia. Ecco perché Bouchared,
con i suoi film Indigènes (da noi Days of Glory, direttamente in DVD) e con l’ultimo Hors-la-Loi, si è
fatto paladino di verità indigeste (con un corollario di polemiche), durante le presentazioni in concorso ai festival di Cannes
(il primo del 2006 e il secondo quest’anno) portando alla luce episodi e interpretazioni che illuminano su alcuni aspetti
trascurati della Seconda Guerra Mondiale. Si parla di fatti specifici: e così, il primo, Indigènes, rievoca il sacrificio
di quattro soldati algerini arruolati nell’esercito francese in guerra contro i nazisti, mentre il secondo, Hors-la-Loi,
mette in evidenza le manifestazioni indipendentiste in Algeria lungo il Fronte occidentale sul finire della Seconda Guerra
Mondiale. Si parla dell’Algeria a quel tempo colonia francese, del massacro di Sétif e Guelma (8 maggio del 1945), e quindi
di un periodo storico controverso che fa da sfondo alla storia di tre fratelli sviluppata fino al 1962. Bouchared non esita a
spezzare lance, a difendere le ragioni del suo popolo: il suo piglio analitico non trascura il côtè politico e umano di questi
conflitti, le ferite ancora aperte e i debiti mai saldati sul sangue versato. La guerra, foriera di metafore che il cinema ha
documentato ed esaltato, non è fatta solo da vincitori e vinti ma anche da oppressi e oppressori: e la memoria individuale è,
in tal senso, un elemento bruciante.
In mezzo a questi due film il regista ha diretto un’altra pellicola, London River,
che ha avuto come vetrina il festival di Berlino del 2009, conquistando l’Orso d’Argento per il migliore attore assegnato allo
straordinario afro–francese Sotigui Kouyaté, recentemente scomparso a Parigi (dove si era naturalizzato) a causa di una malattia
polmonare. Ricordiamo la sua efficace presenza nel Mahabharata di Peter Brook ed anche in questa ultima interpretazione,
il suo magnetico aplomb (la folta barba da saggio, il suo sguardo profondo, il suo incedere emblematico appoggiato a un bastone)
s’impone con autorevolezza speciale, conquistandoci. Questo film interno e addolorato, giunto tardivamente nelle nostre sale
(meglio tardi che mai), evoca una pagina di Storia contemporanea ancora cogente (dopo quella dell’11 settembre 2001): quella
degli attentati terroristici di Londra il 7 luglio del 2005. In quella drammatica giornata, quattro kamikaze pakistani muniti
di esplosivo nascosto negli zaini s’immolarono su tre convogli della Metropolitana londinese, con scansione studiata, coinvolgendo,
nel giro di quasi un’ora anche un autobus a due piani che saltò in aria: 56 furono i morti e più di 700 i feriti. Il massacro
si consumò nel corso di una giornata come tante altre, sconvolgendo il regolare trantran della metropoli industriosa, com’era
accaduto alla New York delle Twin Towers. La strategia terroristica produce modalità ed effetti spaventosamente analoghi.Bouchared usa gli strumenti del cinema adombrando, senza retorica, una pietas irresistibile che inquadra lo scenario della città multietnica avvolta nel silenzio di un dolore sordo lungo le strade con i loro passanti sullo sfondo: le immagini della tragedia vengono filtrate attraverso le news televisive, mentre il racconto si concentra sull’umanissima vicenda di due persone, così lontane così vicine, che il destino fa incontrare in quel sanguinoso luglio. Elisabeth Sommers (a cui presta il suo carisma controllato Brenda Blethyn in un’interpretazione emotivamente assai tesa) è una contadina cattolica, vedova di guerra, che vive nell’isola inglese di Guernsey. Appresa dal telegiornale la notizia degli attentati, la donna si reca a Londra a cercare la figlia ventenne Jane, lì trasferitasi. Parallelamente, Ousmane (il già citato Kouyaté), un africano che ha abbracciato la fede musulmana e che lavora da molti anni a Parigi come guardia forestale, è alla ricerca del figlio Alì (non lo vede da quando egli aveva sei anni). Arrivata a Londra, Elisabeth va ad abitare nell’appartamento della figlia in attesa di sue notizie, affidandosi a numerosi messaggi al telefonino. E’ Ousmane a rintracciare la donna, dopo essersi accorto di una foto della figlia appesa per strada. L’anziano mostra alla donna una foto di gruppo, dove è ritratta Jane assieme a suo figlio Alì: i due frequentavano difatti la stessa scuola di lingua araba. Il destino di una conoscenza reciproca (che si fa naturale per una generazione adattatasi alla normalità della società multietnica) fa da contraltare all’atteggiamento dei rispettivi genitori (il vecchio è più consapevole del proprio mancato ruolo di padre, la donna si accorge di non aver mai conosciuto veramente la figlia). E infatti Elisabeth si avvicina a Ousmane con molta diffidenza, faticando a comprendere come la figlia si interessasse all’arabo, mentre l’anziano è in trepidazione per il figlio, temendo che questi possa essere coinvolto negli attentati. Progressivamente, assieme alle barriere culturali, crollano anche le riserve psicologiche e i due troveranno un’occasione di solidarietà fondata sul dolore e sulla comprensione. La verità affiora ben presto: Jane e Alì si amavano, vivevano insieme nella casa della ragazza e in quella giornata, prima che un tragico destino li fermasse, avevano progettato un viaggio a Parigi. La speranza, per i due genitori, si fa sempre più sottile, concedendo qualche momento di disperata euforia (come quando Elisabeth passa dal pianto al riso apprendendo, dall’agenzia di viaggi, l’orario del volo per Parigi), fino alla definitiva conferma dell’avvenuta morte dei due ragazzi, tra le tante vittime di quel maledetto 7 luglio. Sono tante le derive psicologiche, sociali, culturali che il film intimista di Bouchared esplora: il tragitto che conduce
all’affinità tra i due protagonisti è narrato in forma di apologo ammonitorio e suggellato da un tenero abbraccio sotto il
segno del citato salmo di Matteo che invita ad amare i nemici e a pregare per quelli che ci perseguitano. Risulta trasparente
l’assunto metaforico di questa summa di riflessioni, pentimenti, esitazioni, paure, ritrosie: il tutto riflesso negli sguardi
e negli atteggiamenti di Ousmane ed Elisabeth. Un evento tragico, c’insegna London River, può aprire prospettive
molteplici, creare traumi insanabili ma anche predisporre speranze: il dolore del singolo si estende fino a diventare
universale, supera steccati ideologici o religiosi, crea analogie sociologiche (qui Londra appare come New York), e voragini
abissali da colmare solamente con un afflato di fratellanza. Ma soprattutto, in questo scorcio di nuovo millennio che sembra
votarsi all’afasia e all’edonismo più ottuso, un crimine così nefasto che coinvolge una collettività produce consapevolezza,
induce a riflessioni sui propri comportamenti e pregiudizi, sui limiti delle proprie relazioni, sui propri errori emotivi.
Così, la struggente parabola di Elisabeth e Ousmane diviene, per il regista Bouchared, oltre che l’occasione per delineare le
prospettive future di un confronto generazionale votato, per necessità, al riscatto e all’abbandono di certe conflittualità
ancora in fieri, la rappresentazione di una rinascita esistenziale, di un incontro d’identità smarrite che cercano un riscatto
rispetto al tempo perduto dell’incomprensione.Il segno di questa storia privata inscritta nel crogiolo di una tragedia collettiva finisce per assumere una valenza politica: l’invito a una pacificazione delle coscienze che riguarda l’Occidente come l’Oriente del nostro presente mondo inquieto. Un’utopia ancora perseguibile. © 2010 reVision, Francesco Puma |
|