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Lola CorreLola Rennt - 1h 21' Capelli rossi, di un rosso acceso, tatuaggi bene in vista, anfibi ai piedi, Lola è una ribelle
dei nostri giorni, con ansie generazionali, dubbi esistenziali e nessuna implicazione ideologica. Ignorata da genitori che si
ignorano a loro volta, rifugiatasi nell'unica cosa in cui crede, l'amore, Lola vive la propria vita in un mondo che gira
vorticosamente. E corre, si Lola corre, per salvare l'uomo che ama, sé stessa, il loro amore, corre sicura di sé, sorretta da
una forza invisibile che le fa superare la propria insicurezza e la trasforma in un modello per ragazzine dall'animo sensibile
ma dal piglio severo. Lola corre nella Berlino di oggi, accompagnata da note ossessive, luci, suoni, colori, attraversando il
rutilante baraccone visivo costruito per lei e per noi dal giovane regista tedesco Tom Tykwer. Il suo Lola Corre, presentato
in concorso al Festival di Venezia 1998 ed accolto con clamore in patria, è il figlio prediletto degli anni '90, ibrida creatura
che reca in sé lo spirito di Trainspotting, le martellanti pulsioni sonore techno ed i ritmi del videoclip.
La corsa di Lola è una corsa contro il tempo: un telefono che squilla, rosso come i suoi capelli, la voce di Manni, il suo ragazzo, a dirle che tutto è andato storto, una disperata richiesta di aiuto, la necessità di trovare 100.000 marchi in venti minuti per avere salva la vita. Una trama scarna, quasi inesistente, che riprende spunti noir (un gangster, un incarico da assolvere, il piccolo malvivente tradito dalla propria inesperienza) per poi stravolgerli in un frullato di cartone animato, commedia, dramma sentimentale ed ottenere un videoclip di ottanta minuti. Ma Tom Tykwer non si accontenta di far correre Lola per le strade di Berlino nè di immergere lo spettatore in un frastornante rave: ci si interroga sul significato della vita, su dubbi e mancanza di certezze (l'unica cosa certa è che la palla è tonda e la partita dura novanta minuti, dice uno dei suoi personaggi), su quello che sarebbe se io non fossi io e tu non fossi tu, ma io sono veramente io e tu sei veramente tu??... e così via, con gradimento adolescenziale assicurato. Ecco allora Lola correre (lo so, ci stiamo ripetendo, ma in realtà non
succede proprio altro) per chiedere aiuto a suo padre, scontrandosi con una donna con carrozzina, incrociando un ragazzo in
biciletta, una macchina che esce da un garage, un'impiegata di banca, un barbone - e, lei non lo sa, ma noi si, è proprio lui
ad avere i 100.000 marchi andati perduti -, un autista di ambulanza e percorrendo, la vediamo dall'alto, una piazza tagliandola
obliquamente. Al suo passaggio ognuno vede per una frazione di secondo materializzarsi il proprio futuro sotto forma di una
serie di velocissime istantanee per poi scomparire subito dopo. Ma se attaccato il telefono la giornata di Lola fosse andata
diversamente, se scendendo le scale di corsa qualcuno le avesse fatto lo sgambetto, se avesse urtato la macchina, se il barbone
avesse preso lui la bicicletta, se l'ambulanza avesse rotto la lastra di vetro trasportata attraverso la strada, se la piazza...,
se, se, se...
Con scelta stilistica ormai abusata ma quest'anno estremamente in voga (vedi Sliding Doors), Tykwer ci rifà vivere i venti minuti di Lola e Manni per tre volte, mostrandoci le differenti possibilità, i molteplici sviluppi, l'assenza di certezze laddove anche un battito di ciglia può cambiare una vita. Nel far questo, però, non può dare spessore ad una storia che è volutamente povera nè un cuore a ciò che è volutamente glaciale, limitandosi ad aggiungere, in un calderone che tutto contiene, elementi sovrabbondanti fino all'eccesso. Lola, ad esempio, urla, riuscendo così a fare andare in mille pezzi vetri e bicchieri, ma quale è lo scopo del farla urlare? Quello di manifestare la propria personalità? Di dare libero sfogo alle frustrazioni di chi non può imporre la propria volontà in una società che non ci ascolta? Tanta demagogia, insomma, una buona dose di furbizia e ben poco d'altro. A rimanere impressa la sola figura di Lola - Franka Potente, i suoi capelli rossi, la sua corsa senza fine. © 1998 reVision, Carlo Cimmino |
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