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La Locanda Della Felicità

Xingfu Shiguang (Happy Times) - 1h 35'

Regia: Zhang Yimou



L'istinto pedagogico, l'intento dimostrativo, nella bizzarra indecisione stilistica (dalla classicità di Lanterne Rosse allo sperimentalismo di Keep Cool fino alla enfasi/retorica vuota di Non Uno Di Meno e La Strada Verso Casa), non permettono a Yimou di costruire un immaginario perverso, di penetrare gli oggetti, di procedere in quell'analisi clinica della mdp contemplativa invece che discorsiva, sicché il film si limita a una perlustrazione di situazioni probanti già concepite nell'effetto preciso da ottenere, uno per tutti i primi piani su cui sgorgano copiose le lacrime. Esiti senza tensione né sorprese. La visione della felicità (o meglio con il titolo originale i "tempi felici") è ingessata nella retorica della solidarietà buonista.
Eppure il climax del film potrebbe benissimo scivolare nella messa in scena altalenante di autentico/falso, menzogna/verità di alcune percezioni impressioni che dovrebbero risultare vincenti nel progetto di vita e della felicità, disegnando lo spazio umile ma libero di una dimensione per sé. Ma la società capitalistica determina tutte le condizioni vitali e i sogni sembrano spegnersi in pericolose illusioni (di mutare qualcosa). Nondimeno tali proiezioni fantastiche aiutano a ridestare l'esistenza povera tra gli stenti economici e la ruggine dell'anima che s'accumula (il riferimento è più che altro all'amante grassona che tratta in modo brutale la figliastra). Il denaro, insomma, rimane il primo e l'ultimo, l'unico punto di riferimento, tanto è vero che nella prima scena l'incontro tra i due futuri sposi è un'indagine severa sulla situazione patrimoniale più dello sposo, la sicurezza economica prima di tutto il resto.

Vivida è la successione di gag che mette a confronto diretto - un confronto sensoriale di vista (senso ottuso, infatti Zhao sarà investito da un camion, mentre la ragazza attraversa incolume una strada molto trafficata), udito (i rumori della strada preregistrati), tatto (le banconote di cartapesta, le superfici dei locali "simulati") tra una cieca e un gruppo di "vedenti". I quali s'impegnano allo spasimo, progettano, costruiscono, mettono in scena la fantasia di un'altra locanda della felicità, lo spazio beato degli happy times, ma è scontato che tutto questo lavorìo risulti inutile. Sia perché la ragazza non può essere ingannata sulle sue forti e sicure percezioni, sia perché in fondo è impossibile truccare le carte in gioco. Per questa condizione d'indigenza (ma non dello spirito) il capitale può intervenire risolvendo tutte le situazioni, come se il denaro possedesse le chiavi giuste della felicità mentre l'ingenua ostinazione del falso direttore lo condurrà inevitabilmente alla disgrazia, perché si tratta di gesto "gratuito". Davvero una terribile lezione di vita o più cinicamente una lezione di dura economia dell'esistenza.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna