![]() |
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
||
![]() |
La Lingua Del Santo1h 50'
Regia: Carlo Mazzacurati Il finale di Vesna Va Veloce metteva in atto una sospensione del senso che aveva un valore narrativo (in quanto epilogo "aperto" di
un racconto) ed un valore metalinguistico (in quanto segno d'autore). In primo luogo ci si chiedeva cosa ne sarebbe stato di Vesna, la ragazza del film: aveva davvero trovato
la morte sull'autostrada, e l'immagine successiva della corsa era il simbolo di un'utopia, oppure aveva "inscenato" questa morte, per trovare la via della fuga? Su un altro
livello si insinuava uno stimolante dubbio circa la direzione che il cinema del regista di Vesna avrebbe preso da allora in avanti: quella di una rappresentazione consolatoria
o di una scrittura eversiva? Si trattava di scegliere fra il carrello laterale di Antoine Doinel ne I 400 Colpi e il fermo-fotogramma di Siddharta ne L'Albero
Delle Pere. Le prime battute de La Lingua Del Santo, presentato al Festival di Venezia e accompagnato dalla consueta, gretta benevolenza strapaesana della nostra stampa, somigliano tristemente all'epitaffio di un regista. Fabrizio Bentivoglio offre il profilo all'obiettivo in un manierato controluce che ne ritaglia la figura sullo sfondo a perdita d'occhio della laguna; la voce narrante, frattanto, tedia lo spettatore sgranando quel rosario di luoghi comuni in cui consiste il lavoro degli sceneggiatori italiani, scrittori frustrati. L'opera sesta di Carlo Mazzacurati, regista padovano di quarantaquattro anni (della generazione di Soldini, Martone, Archibugi, Labate, Luchetti), è fortemente viziata dal ricorso alla parola letteraria, nonché da un intreccio che mescola elementi diseguali e personaggi renitenti a combinarsi efficacemente; il tono amaro del racconto, che da sempre Mazzacurati diluisce nel fiabesco al modo dello scrittore Marco Lodoli, domina la vicenda di un impossibile riscatto esistenziale e sociale. Willy (Fabrizio Bentivoglio) e Antonio (Antonio Albanese), ladri farseschi, riprendono i ruoli che precedentemente Mazzacurati aveva assegnato a Roberto Citran e Diego Abatantuono ne Il Toro, film in qualche modo speculare a La Lingua Del Santo: due outsider, due vite di margine, i nuovi poveri del miracolo economico veneto. Il contrappunto al tema del furto sacro, costituito dal fallimento sentimentale di Willy,
colpisce negativamente per l'uso reiterato di certe figure del cinema d'autore quali la bellezza femminile muta e sofferente (una Isabella Ferrari dalle parti di Nastassja Kinski),
o il ruolo maschile destrutturato e denso di precisi rimandi extratestuali (ammiccamenti di Antonio a Willy intorno alla caducità del sembiante.
Sopra tutto questo, il soffio insincero dell'operetta da festival, proprio come in Pane e Tulipani, del quale La Lingua Del Santo replica la tendenza
alla trasfigurazione della città storica. Preso nella trappola autoriale che chiude il regista italiano nel proprio recinto, Mazzacurati abusa delle storie consumate e sfiora l'afasia
cinematografica, altro non facendo che "citarsi addosso": l'inquadratura di Alberto in macchina con la prostituta è presa da Vesna Va Veloce, il tema musicale di Ivano
Fossati riecheggia la colonna sonora de Il Toro, l'industriale veneto che paga per la restituzione della reliquia sottratta arriva da E' un cinema imbalsamato, senza vita, quello de La Lingua Del Santo: Vesna, evidentemente, non ce l'ha fatta. © 2000 reVision, Luca Bandirali
|
|
|
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
|||