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Il Giardino di LimoniEtz Limon - 1h 46'
Regia: Eran Riklis La secolarità degli alberi è la testimonianza sacrale dell’amore dell’uomo nei confronti
della Natura. Gli alberi respirano alla stessa maniera degli umani, la robustezza che li rende resistenti al tempo è riposta
in quella cura minuziosa che è simile a quella di un padre che cresce il proprio figlio: un principio che dona respiro al regolare
avvicendamento generazionale. E’ questo paradigma a dare respiro, limpido e malinconico, al nuovo lungometraggio del regista
israeliano Eran Riklis, Il Giardino di Limoni, un film composto con una leggerezza speciale, capace di emanare un soffio
dolce e crudele, ad impreziosire una colorata fiaba dove incombe un’aura di tragedia. Metaforico teatro del conflitto israeliano
– palestinese è questa volta l’agrumeto di una donna. Un modo per raccontare una guerra privata alla quale i media sapranno
conferire un crisma di esemplarità. Siamo dunque in un villaggio della Cisgiordania, un territorio che, come quello della Striscia
di Gaza (al centro dei luttuosi eventi di queste ultime settimane), è sotto l’egida formale dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Per gli israeliani, quella è una terra "contesa" più che "occupata", appartenuta alla Giordania dal 1948 fino al 1967, quando
finì sotto il dominio di Israele durante la Guerra dei sei giorni. Una lacerante vicenda storica e politica che si trascina da
anni, dividendo la popolazione araba da quella israeliana in due poli perennemente senza pace. E la pace, in questo limpido ed
ispirato apologo, sembra riposta nella flagrante, salvifica essenza dei limoni, oggetto delle amorevoli attenzioni della protagonista.
La limonata di Salma Zidane è una bevanda che rinfresca lo spirito con quella dolcezza ed
asprezza che sono le sublimate qualità di una quotidianità segnata dalla solitudine. La donna è infatti rimasta vedova e ha
visto i propri figli partire da casa alla ricerca di lavoro. A cinquant’anni non le è rimasto che abitare la propria rustica
casa situata al centro dell’agrumeto ereditato dal padre, che ella cura con l’aiuto di un anziano bracciante, invecchiato tra
quelle mura insieme agli alberi secolari. Fino a quando, nell’elegante casa confinante viene ad abitare il Ministro israeliano
della Difesa. Le complicazioni arrivano, per la donna, quando i servizi segreti decidono che gli alberi del giardino costituiscono
una minacciosa barriera che favorisce attacchi terroristici ai danni dell’uomo politico. L’unica soluzione è sradicarli per
avere una chiara visuale del paesaggio. L’agrumeto finisce per essere recintato mentre una vedetta sorveglia dall’alto la casa
del Ministro e a Salma, per proteggere il suo giardino, non resta che affidarsi a Ziad Daud, un giovane avvocato palestinese
che ha studiato diritto in Russia, buono ad affrontare con determinazione la Corte Suprema Israeliana. Quella che nasce è la
guerra dei limoni richiamata dal titolo che, ostacolando non poco gli arroganti progetti del Ministro, si conclude con un verdetto
tutt’altro che conciliatorio o degno di un happy end pur riservando qualche soddisfazione alla coraggiosa proprietaria palestinese.
Il film trova il suo respiro narrativo nella messa a fuoco dei contrasti tra gli esterni
(il topico agrumeto di Salma descritto come una sorta di naturale santuario) e gli interni (il fatiscente vuoto della casa
della protagonista, il pieno dell’ingombrato ufficio dell’avvocato, l’algida abitazione del Ministro). A dominare su tutto
resta l’elemento naturale, con il suo incessante moto (il vento che spezza il silenzio nel ventre dell’agrumeto, l’implacabile
caduta dei limoni maturi dall’albero, un rumore discreto rispetto al chiasso proveniente dalla casa dell’uomo politico). E
la quieta routine domestica di Salma appare piegata ma non spezzata dalla barbarica incursione del supponente vicino, trovando
unico conforto nei complici, allusivi sguardi di Mira, la moglie del ministro, anche lei vittima di una segregazione che le
impedisce di esprimere appieno pensieri e desideri.Tutto questo ci racconta di una pressante, necessaria ansia di libertà. Del resto, quello di Eran Riklis è un cinema di "confine", come aveva già messo in evidenza il precedente La Sposa Siriana (ambientato nelle alture del Golan), impaginato con la stessa delicatezza de Il Giardino di Limoni, il quale è reso magico da una bella asciuttezza narrativa e da una tensione drammaturgica impalpabile ed efficace. Il merito di tale equilibrio va rintracciato nell’acuta prova della straordinaria attrice arabo–israeliana Hiam Abbass (presente anche nel cast di un piccolo gioiello di cinema indipendente americano, L’Ospite Inatteso), capace di restituire le accensioni emotive del suo personaggio protagonista con un notevole controllo espressivo: osservate il primo piano del suo volto rigato da una lacrima, segno lancinante di un’interiorità sconquassata e, insieme, di una resistenza quasi divina. Non sono da meno, per efficacia, Rona Lipaz-Michael, che interpreta Mira, e il bravissimo Ali Suliman nella parte dell’avvocato Ziad impegnato, durante il corso della vicenda, in una vibrante e candida storia d’amore con Salma. Proprio in questo trasparente candore sembra voler riflettersi l’intenzionalità di un racconto morale tradotto in film intelligentemente evocativo, capace di descriverci l’allusivo valore del vissuto al di là dei consumati schemi di un minimalismo sterile ed inespressivo. E’ la forza di una cultura, questa, che sa ancora rendere necessaria la macchina – cinema e il suo valore di testimonianza flagrante dell’anima stessa delle cose e degli uomini. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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