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Limbo2h 06'Regia: John Sayles La stuzzicante curiosità del far cinema di John Sayles alberga probabilmente in quel vagare quasi sperduto delle sue storie al loro inizio.
Vagare che sa di ascoltare, cose diverse, le città, i problemi sociali, le storie del passato, le fiabe persino come nel Segreto dell'Isola di Roan. Personaggi che
si presentano, eventi che si succedono indolenti a disegnare piccole esili trame. Finché qualcosa fa cortocircuito, e il dramma si compie, insenso di azione. Un temporeggiatore
della macchina da presa, anche se non un vivisezionatore di professione come un altro degli indipendenti storici americani, Jon Jost. Nessuna apologia della lentezza, ma
l'attenta constatazione del diverso svilupparsi dei ritmi di vita. Limbo sa di quelle opere che ambiscono a fare il punto di un percorso creativo, o a disegnare un'ansa
di riposo. Prende un po' qui, e un po' là nel momento in cui si realizza.
C'è il luogo remoto, il "nulla nel nulla", l'Alaska in questo caso. C'è, come nell'ultimo Stella Solitaria, la piccola città, che vive nel ricordo più che nel presente, ed è un fitto reticolo di fatti avvenuti, di torti non riparati, di colpe, di vendette non consumate e quindi sempre possibili. C'è il lento tendersi delle estremità delle vicende individuali: un ex-pescatore che si è lasciato alle spalle due morti annegati, una cantante di night collezionista di rapporti sbagliati e madre di una figlia affabulatrice, un pilota d'idrovolanti invecchiato nei suoi stessi racconti. Si muove, la mano di Sayles, a tirare righe tra questi ed altri punti, a fare uscire ancora in mare il pescatore, a fargli giungere nel letto la cantante, ad avvicinarlo in una singolare amicizia con la figlia. È livido in questi passaggi, il film, costretto sempre sotto un cielo grigio o venato di pioggia, con l'odore del pesce che s'insinua in case sorprendentemente ordinate e in bar dove si consuma il nulla del tempo. È la fase dell'ascolto, del passato che riemerge, disegnata senza scosse o soluzioni di continuità, fino a superare la metà esatta dell'iter narrativo. Poi c'è un viaggio in barca dell'improvvisata famigliola con l'improvviso fratellastro del pescatore, ed il cortocircuito si manifesta, sotto le spoglie
non mentite di una totale immersione nella natura. Avversa, come sempre, carica di minacce ma non matrigna, favorevole com'è all'invenzione di storie. La fiamma si consuma,
ma non sino in fondo. Almeno dalle parti di un esito che resta indeciso, come il suo fattore.Ha fatto indubbiamente scuola questo "lavorare di lato" che caratterizza John Sayles. Fotografare quello che è apparentemente irrilevante, il lento costituirsi di relazioni tra fatti e personaggi che restano tenui. In attesa di esplodere: nel caso di Limbo, in uno spazio del tutto cupo, dove l'unica difesa è leggere pagine di un libro che forse nessuno ha mai scritto. Non l'Apocalisse, non la catastrofe finale, non la morte. Colpisce la rilevante moralità di questo film come di tutto il cinema di Sayles. Moralità che è anche capacità di non scegliere, di non dire di un'inquadratura "è l'ultima". © 1999 reVision, Riccardo Ventrella |
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