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La Petite Lili

1h 44'

Regia: Claude Miller



Film in forma autobiografica o per meglio dire in forma di espressione di sé per mezzo de “Il Gabbiano” di Anton Cechov, da cui prende spunto. Una grande attrice, Mado (Nicole Garcia), suo figlio Julien (Robinson Stevenin), il suo compagno e regista Brice (Bernard Giraudeau), trascorrono una vacanza in Bretagna. L’elemento di disturbo sentimentale è Lili (Ludivine Sagnier), innamorata di Brice e amata da Julien. Questo è il nucleo fondamentale del classico menage famigliare in bilico, dove il caos diviene la tempesta che tutto confonde e al contempo mette in evidenza. Vicenda che diviene un film di Julien.
Il cinema che si racconta raccontando il privato di chi il cinema lo fa. La presenza fisica del set è mezzo e metafora della vita reale che non riesce ad esserlo pienamente se non grazie alla finzione, ovvero vicenda reale ricreata, spesso solo nella sostanza, e sublimata dall’anonimato di storie terze, altre, o ancora dove la vita e il cinema si confondono in un unico abbraccio dichiarando la loro dipendenza reciproca agendo forse per amore, forse per ossessione. Di tutto questo, con particolare affezione per la vita/cinema, fu eccellente narratore Truffaut (di cui Miller fu aiuto regista e il cui omaggio esplicito è da ravvisarsi nel manifesto de La Camera Verde) nell’inarrivabile Effetto Notte.

La Petite Lili si annuncia come film formalistico, bloccando l’emersione di una pur ricca narrazione che tuttavia rimane totalmente passiva, sbilanciata dal peso “storico” del classicismo milleriano ormai fine a se stesso, inaccessibile allo spettatore tenuto lontano quasi fosse un estraneo e non invece il partecipante per elezione.
Solo quando Miller muove nel suo campo d’azione Julien, sembra che la propria soggezione nei confronti del passato (quel cinema autoriale così lontano dai propositi originali, divenendo col tempo una feroce mannaia per separare il serio dal faceto) lasci intravedere - percorrendo attraverso quel set quelli dei propri ricordi - una verifica. Eppure la forma privata del vigore della sostanza e perciò ridotta a mero guscio, non riesce a lasciare il campo, congelando i personaggi in ruoli didascalici, fino a riproporre l’antica e consolidata iconografia di quel passato con l’apparizione di Michel Piccoli. Nemmeno l’utilizzo di un supporto inconsueto per Miller, l’HD, e i movimenti della camera a spalla, riescono a mettere in discussione quel mondo autoreferenziale, segno quanto mai evidente che la qualità e la forza delle idee prodotte da una libera espressione, perfino una sua riscrittura nel tempo, sono cosa altra dall’innovazione tecnica.

© 2004 reVision, Emanuela Liverani